Intervista a Silvia Carbonetti

By proruscio

Siamo lieti (e orgogliosi) di riportare l’articolo uscito oggi – 5 novembre 2026 – sul Corriere dell’Umbria, a firma di Gabriele Burini, riportante una intervista interessante e coinvolgente sulla attivita’ della nostra Silvia Carbonetti, da sempre sostenitrice della nostra Associazione.

Riportiamo di seguito in formato testuale l’intero articolo:

“Tanti mi chiedono come faccia a lavorare in zone di guerra: un po’ mi sono costruita una mia corazza, un po’ mi ricordo quale è il motivo per cui sono lì”. Silvia Carbonetti, architetta di Monteleone di Spoleto, riavvolge il nastro di più di 20 anni di esperienza nella progettazione e implementazione di progetti di riqualificazione e sviluppo in Africa Orientale, Africa Occi-dentale, Medio Oriente e Asia Meridionale. Per lei, il restauro e la costruzione di strutture sanitarie e di prima necessità in contesti di emergenza è diventato il lavoro di una vita. Il legame con la sua terra, però, non può dimenticarselo. “Sono nata e cresciuta a Roma. Papà si era trasferito da Monteleone di Spoleto negli anni Sessanta, io passavo qui tutte le estati.
Adesso mi divido tra la capitale, la Valnerina e le zone di guerra. Il mio compagno è di questa terra, il legame è forte e faccio parte di tutte le associazioni del territorio. Diciamo che mi con-siderano del posto”.

  • Qual è stato il percorso che l’ha portata a Medici senza frontiere?
    Dopo la laurea in Architettura nel 2002, all’Università degli Studi Roma Tre, ho fatto un master al Politecnico di Milano in Architettura, cooperazione e sviluppo. Ho sempre lavorato all’estero, nel 2010 ho iniziato la mia avventura con Medici senza frontiere in contesti di cata-strofi naturali e guerra, tra il Niger, Haiti, il Congo e l’Afghanistan. Qui, ad esempio, nella città di Kunduz, l’ospedale che avevamo aperto è stato bombardato durante la guerra, c’erano per-sone che sono morte bruciate in sala operatoria. Da anni questi attacchi sono stati sdoganati, chi bombarda sa che va a colpire delle strutture sanitarie perché ormai quando arriviamo nei luoghi dei conflitti condividiamo con le parti attive il Gps di ospedali, uffici e magazzini. La guerra non guarda in faccia a nessuno. Ma quando un militare entra in un ospedale, lasciando le armi fuori, è un civile a tutti gli effetti. E’ un diritto umanitario prendersi cura di tutti, è scritto nella Convenzione di Ginevra.
  • Gli operatori umanitari hanno delle regole da rispettare?
    Tutte le Organizzazioni non governative (Ong) lavorano con tre principi: indipendenza, imparzialità e neutralità. Non bisogna prendere posizione rispetto ai conflitti, si curano tutte le persone e non dobbiamo venire manipolati. Capita molto spesso che qualcuno arrivi e ci dica che il cibo non va distribuito a determinate persone. In quelle circostanze bisogna essere forti e dire di no. C’è un lavoro enorme di negoziazioni che viene fatto soprattutto dal personale locale. Ma nel momento in cui ci si rende conto che è stato oltrepassato il limite, bisogna bloccare tutto e uscire. Non dobbiamo diventare una pedina del loro gioco.
  • Le è capitata una situazione simile?
    Ho lavorato molto tra la Siria e la Turchia, anche durante l’Isis. Era una negoziazione continua e alla fine abbiamo mollato.
  • Quali sono le Ong per cui ha lavorato?
    In Siria e in Turchia sono stata con Global communities, una Ong americana. Ma negli anni sono stata con Norwegian refugee council (Nrc), con Unrwa (l’agenzia dell’Onu che supporta i profughi palestinesi) e con Aga Khan Foundation.
  • E si è sempre occupata della costruzione degli ospedali?
    No, anche campi rifugiati e i settori che riguardano l’acqua, la fognatura e i rifiuti. In guerra si combatte tanto anche da questo punto di vista, perché se salta il sistema il rischio di diffu-sione di malattie si alza tantissimo. Bisognava garantire servizi anche ad anziani, donne e persone con disabilità. Per loro la cura dell’igiene è ancora più difficile.
  • Lei ha operato in tanti contesti di guerra. Li conosceva? Spesso molti sono dimenticati…
    In Etiopia sapevo di una carestia, non l’avevo né vista né sentita. Idem in Sudan. Va detto che io in quel momento ero in Siria ed ero focalizzata su quel conflitto. Diciamo che sono passate un po’ sotto traccia per tutti. La guerra in Etiopia è figlia di un conflitto storico tra due etnie diverse con rivendicazioni diverse. Molte persone sono scappate verso il Sudan, hanno attra-versato il confine e si sono messe in sicurezza. Pure un nostro collega è dovuto scappare da un giorno all’altro, camminando giorni e giorni nel deserto finché non ha raggiunto un punto sicuro. Noi non ci rendiamo conto di quel che vuol dire, non abbiamo mai passato 24 ore, ma nemmeno 12, senza bere o mangiare. E in tutti i conflitti c’è una componente sempre più importante di cambiamento climatico.
  • Si spieghi meglio…
    In Siria la siccità ha provocato una drastica dimunzione della produzione agricola, le famiglie erano alla fame e sono andate nelle città per far sentire il loro malcontento. Non è stata la scintilla che ha fatto scoppiare il conflitto, ma una buona miccia. Di solito le temperature andavano molto sotto lo zero in inverno. Negli ultimi anni succede sempre di meno: vuol dire più muffe, insetti che sopravvivono e il raccolto ne risente.
  • Quella in Siria è l’esperienza che più l’ha segnata?
    Sono tutte diverse, sicuramente è stata molto lunga. Dal 2013 al 2023 andavo e tornavo di con-tinuo. In ogni paese ho notato grande ospitalità da parte delle persone. Anche in Sudan ho avuto un’accoglienza meravigliosa, non riuscivamo a pagare nemmeno un caffè. E’ il loro modo di fare: nonostante i problemi, hanno sempre modo di prendersi cura degli ospiti.
  • Quali difficoltà avete incontrato in Sudan?
    Nel campo profughi dove lavoravo, hanno tagliato le ore di acqua disponibili, i fondi per i cen-tri di donne e bambini, per le terapie antiretrovirali. E’ stata una tragedia. In tutto questo, Medici senza frontiere, che lavora con fondi privati, non ha subito ripercussioni. Siamo stati tra i pochi a farcela, in un campo profughi di 17 mia persone siamo stati uno spiraglio di luce, anche con un’assistenza sanitaria di qualità. E poi c’è il tema clima: in Sudan abbiamo lavo-rato sempre a 41 gradi con il 10% di umidità, in Afghanistan invece l’estate si toccano i 42 gradi, l’inverno i -20. Costruire in quelle condizioni è difficilissimo.
  • Il caro carburante incide in qualche modo? Assolutamente sì. Le risorse sono già poche: se per spostarle si paga il doppio, il rischio è che salti tutto. Ci vuole flessibilità, attenzione e pazienza. In Sudan il mio capo missione mi ha detto di abbassare le aspettative. E poi bisogna restare concentrati e non farsi schiacciare da quello che vediamo intorno a noi.
  • Vi è mai capitato di dover scappare?
    Una volta abbiamo dovuto evacuare la struttura in Congo. Eravamo nell’area controllata dai ribelli, gestivamo con Medici senza frontiere un ospedale di riferimento regionale. La linea di confine era molto vicina: prima ci siamo chiusi nell’ospedale, per fortuna la situazione è rien-trata altrimenti avremmo dovuto attraversare la foresta per andare in Ruanda. Abbiamo sem-pre uno zainetto pronto con il necessario per scappare, con Msf c’è sempre un piano di eva-cuazione. In Sudan per esempio c’era una stanza chiusa con il metallo dove dentro avevamo acqua, cibo e satellitare. Si chiama ibernazione, è una delle tecniche per affrontare queste crisi. Altra situazione dove mi sono sentita in pericolo è stata in Afghanistan: era il periodo in cui qualcuno in Florida aveva bruciato un Corano. Il venerdì dopo noi dovevamo evacuare, ma l’aereo era pieno e siamo rimasti nella città di Kunduz.
  • E in queste città come vi muovete?
    La politica di Msf è quella del dialogo. Se qualche Ong alza i muri per proteggersi, noi apriamo le porte. A parole è semplice, però quando sei lì è difficile. Di sicuro la reputazione ci salva, il mantenersi neutrali. La gente capisce che sei lì e curi le persone. Hai un peso, andare in giro con maglietta di Msf è di per sé una protezione. O almeno, lo era: ultimamente l’umanità è andata a quel paese e non basta più nemmeno essere un bambino a Gaza.
  • E’ già pronta per ripartire?
    Ho messo in pausa, ho quasi 50 anni, è faticoso. Ho un compagno qua e almeno fino a gennaio resterò in Italia. Poi vediamo quello che succederà.