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Aspetti culturali della festa "du de lujiu" E-mail
La Barrozza - Pasqua 2003 - anno XII n. 1
Scritto da Giuseppe Iacorossi   

Una finestra sulla Valnerina
Continua la rubrica che tende a raccogliere materiale di vario genere legato alla nostra terra.
Chiunque lo desideri potrà inviarci notizie e documenti utili alla migliore conoscenza di luoghi, storie e tradizioni.
Con grande piacere, in questo numero, accogliamo un gradito contributo dalla nostra consorella Pro Loco di Castelluccio.

ASPETTI CULTURALI DELLA FESTA DE LI "DU DE LUJIU"
(ovvero la festa della icona)
 
La festa de li du de Lujiu o la festa della Madonna della Cona, si svolgeva ogni anno il 2 Luglio in località forca di Quallo di Castelsantangelo sul Nera Provincia di Macerata. In questa località, al confine tra Umbria e Marche si trova una chiesetta dedicata alla Madonna dell'Icona e un monumento dedicato ai Pastori. Ora la ricorrenza viene celebrata la prima Domenica di luglio, da pochi e in forma molto ridotta rispetto al passato. La località si trova a circa cinque chilometri da Castelluccio di Norcia Provincia di Perugia, e a circa otto chilometri da Quallo. In questa chiesa si voleva ringraziare la Madonna per aver fatto terminare una lunghissima guerra di confine tra i Nursini e Vissani.

Era la festa più sentita del popolo Castellucciano e Quallano. Ogni Castellucciano che si recava a servizio con i mercanti a maremma concordava che per il 2 luglio doveva essere tornato a Castelluccio. Nei giorni precedenti la festa, ogni ragazzo Castellucciano andava in cerca dei cavalli più belli, dei finimenti più decorati, di moresche, di quadrappe per abbellire la propria cavalcatura che il giorno "de li du de lujiu" avrebbe montato per recarsi alla Cona. II due luglio a mattina tutti partivano verso la Cona, chi in groppa al cavallo, chi al mulo, chi all'asino, chi a piedi. Appiedate erano soprattutto le donne, in particolare le ragazze.

Queste facevano di tutto per rimanere indietro in modo di essere notate dai loro amorosi. I ragazzi più giovani, in groppa ai loro cavalli, gareggiavano tra loro lungo il tragitto che porta alla Cona per farsi notare dalle loro ragazze, alle quali mostravano la loro abilità nel cavalcare e gli promettevano di vincere, in loro onore, la corsa della Cona, imitando i cavalieri Medievali che dedicavano alla dama amata la vittoria al torneo. (Quasi tutti gli uomini di Castelluccio e anche qualche donna delle generazioni precedenti la mia conoscevano a memoria la Gerusalemme liberata l'Orlando Furioso ed altri poemi). Giunti a mezza costa, ci si fermava, si aspettava che tutti fossero arrivati e, con gli stendardi sacri spiegati, si aspettava la gente di Quallo. Si formava un unico corteo e si andava alla chiesetta per celebrare la Messa.

I Vergari, capi delle masserie che stanziavano nell'altipiano, sia quelli della parte Castellucciana sia quelli del versante Vissano, il giorno del 2 di luglio esentavano il personale dai lavori e mettevano a loro disposizione le cavalcature della Masseria per permettere ai loro uomini di partecipare alla festa del 2 Luglio. Vi era l'usanza che per chi partecipava alla festa e, ascoltava la Santa Messa, pur non prestando lavoro non perdeva la paga di quel giorno.

La mattina del 2 luglio, ogni Vergaro era vestito a festa: cappello nuovo a falda larga- giacca di velluto o "quadriè"- gilet della stessa stoffa della giacca- vistosa catena d'argento che partiva da un taschino del gilet all'altro dove si agganciava all'orologio riposto dentro il taschino - gambali nuovi e speroni lucidi - cosciali nuovi di pelle di capra finemente lavorati dal suo Buttero durante l'inverno a maremma.

Il Mularo, o Cavallaro, gli preparava la cavalcatura più bella e la sellava con i finimenti più nuovi e ricchi della masseria. Tutti gli uomini della masseria si vestivano a festa con i loro costumi da pastore: chi li possedeva indossava i cosciali di pelle di capra, facendone sfoggio alla festa della Cona. Nei giorni precedenti la ricorrenza un Frate confessore del convento di Sant'Agostino di Norcia faceva il giro degli stazzi in groppa all’ asino per confessare i pastori ripulendo le loro anime dai peccati. I pastori che non sapevano scrivere approfittavano del frate, che sotto dettatura, scriveva alla famiglia del pastore. Questo aveva in dono, per i servizi resi una forma di formaggio o una ricotta secca salata. I pastori dei Sibillini erano molto legati ai frati di Sant'Agostino e ai frati dell'Ospedale Fatebenefratelli di Roma. Ad essi si rivolgevano quando avevano bisogno di cure per il corpo o per l'anima.

Il Vergaro, nei giorni prima della ricorrenza, chiamava nel suo stazzo il Maniscalco di Castelluccio, o di altro paese, per far cambiare o ferrare le cavalcature, nonché tagliare i capelli e le barbe ai suoi pastori (la ricorrenza era anche un occasione per curare il corpo esteriormente e spiritualmente). Tutti insieme,Pastori con Vergaro in testa, si recavano alla Cona. Spesso alla Cona vi era ad attenderli il Padrone della Masseria che veniva attorniato e scortato per tutta la permanenza presso il luogo della festa, anche perché questo signore portava dalla tenuta di maremma alcune "cupelle" di vino che offriva fino ad esaurimento ai suoi Pastori. Questo signore di campagna teneva particolarmente a mostrare a tutti che la sua Azienda era florida e prosperosa e che gli uomini al suo servizio erano ben in salute e puliti, rispettosi delle leggi divine e delle buone creanze. II padrone della Masseria era, in qualche modo, ritenuto responsabile dell'educazione e del comportamento degli uomini che erano al suo servizio.

II Mularo, o Cavallaro, riponeva particolare attenzione alla cavalcatura del Vergaro, in quanto questa cavalcatura veniva montata da lui al momento della corsa dei cavalli che si faceva nel pomeriggio. Vincere la corsa portava prestigio alla sua Masseria, ma ci teneva soprattutto perché il Padrone o il Vergaro gli avrebbe dato un premio in danaro o offerto qualche bicchiere di vino e qualche sigaro.

Finita la messa, iniziavano le manifestazioni popolari: canti, stornelli, gare di morra, saltarello. Spesso i confronti erano vivaci e a voce alta, ma mai offensivi. Ci si confrontava con i Vissani nei giochi della Morra, nella recita di stornelli o quartine e nella famosa corsa dei Butteri. I confronti avvenivano sia con i Vissani che con i Pastori delle masserie, spesso forestieri. Castellucciani e Vissani trattavano i Pastori a servizio dei mercanti con superiorità. Sia i Castellucciani che i Castellani/Quallani, quasi tutti piccolo/medi proprietari di pecore, si consideravano con dignità e orgoglio uomini liberi, al pari dei Torlonia, dei Gaetani, degli Odescalchi, degli Orsini (grandi latifondisti proprietari di tenute nell' agro-romano e di migliaia di pecore che in primavera transumavano nella montagna).
A mio ricordo, i Vissani erano più abili di noi nella poesia e nel canto degli stornelli; noi eravamo più forti nella morra e la corsa dei Cavalli è stata sempre vinta da Castellucciani.

Poco tempo dopo finita la Messa, si consumava il pranzo, ogni famiglia si riuniva in un unico posto insieme agli altri parenti. Le donne spiegavano sul terreno le loro tovaglie dove posavano con ordine i cibi che il giorno prima avevano preparato con cura. La tradizione voleva che il pasto iniziasse con una torta dolce di pandispagna accompagnata con delle fette di salame. I salami che si facevano con il maiale macellato in Dicembre/Gennaio. Subito iniziavano gli inviti da un gruppo all'altro, scambi di torta di fette di salame ma soprattutto di assaggi di vino, bianco, rosso e rosato. Tutti bevevano, qualcuno anche troppo. È a questo punto che i poeti facevano udire le loro voci, stornellando fatti realmente accaduti, leggende varie di cavalieri, di fate, la Gerusalemme liberata, l'Orlando Furioso, la Pia Tolomei.

Era una festa popolare veramente tale, in quanto era la festa dell'intera comunità dell'altipiano dei Sibillini, a cui tutti partecipavano attivamente. Si banchettava insieme, si rideva alle strofe piccanti e satiriche dei menestrelli, ci si esaltava tifando per il poeta o narratore del proprio paese e ci si ammutoliva quando questi era in difficoltà nel trovare la frase giusta per rispondere in rima all'avversario.

II culmine della Festa era nel primo pomeriggio, quando i cavalieri iniziavano a preparare i loro cavalli per la corsa. Durante tutta la mattinata, ogni cavaliere spiava il cavallo dell'avversario e cercava alleanze con altri cavalieri quando era evidente la potenza di un cavallo nettamente superiore ai loro. Tutti potevano partecipare alla corsa purché avessero un cavallo da montare. La gente si disponeva ai due lati della strada e ognuno tifava per il suo amico cavaliere o compagno di Stazzo, le ragazze tifavano per i loro amorosi, le mamme per i loro figli. 

La corsa non aveva regole: chi arrivava primo era il vincitore, quindi oltre ad un buon cavallo occorreva anche furbizia  intelligenza e alleanze con altri cavalieri per poter battere il cavallo favorito.
II premio, spesso, consisteva in un castrato che il vincitore, immediatamente e senza scendere di sella lo afferrava lo metteva di traverso davanti alla sella facendo un giro tra la folla per mostrare a tutti il trofeo vinto.

Verso le cinque del pomeriggio le donne più anziane, come se chiamate da una voce misteriosa,si alzavano dal posto dove erano con la famiglia, e cantando la canzone " Madonna della Cona io ti prego" (canzone che ripetutamente invoca la Madonna della Cona a sconfiggere le guerre) si riunivano dentro la chiesetta e tutte insieme a voce alta cantavano in onore della Madonna, poi sempre cantando si incamminavano verso l'esterno, a pochi metri dalla Chiesetta avveniva la divisione, chi verso Castelluccio, chi verso Quallo.

A quel punto tutti i presenti alla festa smettevano di fare le loro faccende e seguendo le donne anziane si formavano le processioni che chiudevano la giornata alla Cona. Si tornava a Castelluccio, dove la sera la festa proseguiva con balli al suono dell'organetto, sfide a morra.A notte fonda si potevano udire le serenate cantate dai ragazzi sia a bene sia a dispetto e le Satire. (Negli ultimi tempi le scritte sui muri). Le prime erano fatte da ragazzi innamorati alla propria amata: ne cantavano le doti, le beltà e le virtù; quelle a dispetto invece erano cantate da ragazzi delusi dall'amorosa: questo le cantava una serenata sottolineandone i difetti. Le satire venivano cantate in quartine dai poeti, specialmente quando erano un po' alti di gomito; esse si riferivano a fatti, cose realmente accadute. Venivano cantate in modo che tutti riconoscessero il soggetto ma senza mai citarne il nome. Tutti assistevano con passione; a volte qualcuno del pubblico sostituiva il menestrello specialmente quando a questi si porgeva un bicchiere con il vino.

Alla fine degli anni sessanta le satire sono state sostituite dalle scritte sui muri in quanto la vena poetica delle vecchie generazioni non ha avuto seguito con le nuove anche se queste sono più istruite.
Spesso il tutto finiva all'alba con molti partecipanti sfiniti, stanchi e assonnati, ma soddisfatti della festa passata.

La Pro-Loco di Castelluccio, di cui sono Segretario, ha in programma per l'anno prossimo, di organizzare la festa de li du de Lujiu come era originariamente. Si invita, fin d'ora chi volesse collaborare, o dare suggerimenti a rivolgersi al Sig. IACORQSSi Giuseppe, al seguente indirizzo:
IACOROSSI Giuseppe - via Sacramento n. 35 CASTELLUCCIO Dl NORCIA 06046 NORCIA PG
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Iacorossi Giuseppe

 
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