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Santino e il pino E-mail
La Barrozza - Natale 1994 - anno III n.3
Scritto da Anna Dolci   

Santino Pasquali, cantoniere di Ruscio nel periodo della strada bianca. Fino agli anni ’60 la strada che da Rieti porta a Ruscio era come la strada per la miniera: bianca, bianca, polvere e brecciolino.

Lungo il ciglio della strada c’erano mucchi di breccia e lui giù a spargerla per riempire buche e buchette, oppure giù a spianare le gobbe delle curve formate dal brecciolino. E poi le siepi da sistemare.

Questa era la giornata del cantoniere per tutte le stagioni. Pala, breccia, buche, carriola, falce, siepi.

Mattina e pomeriggio, nascere e calare del sole. Per sapere l’ora gli bastava guardare la posizione del sole lungo il cammino, da dietro monte Cornuvole a dietro monte Aspra.

Faticoso lavoro quello del cantoniere, perché oltre al disagio delle stagioni, acqua, gelo, calura c’era soprattutto il disagio della polvere. Ad ogni passaggio di automobile una nuvola. Fino a mezza costa c’era tutta una vegetazione imbiancata e il cantoniere se la respirava tutta.
Ma la strada era la “sua” strada, con i grandi silenzi della sua giornata solitaria.
Egli alimentava così la sua grande passione: la poesia.

C’era uno scambio: vivere nella strada arricchendosi delle bellezze della natura, sempre lì davanti a lui, e tramutarle in ritmo, vederle con lo sguardo un po’ sopra la realtà.

Il suo talento poetico era conosciuto. La sua partecipazione alle gare delle “ottave rime” era famosa.

Da un semplice fatto illustrava con accenti lirici, drammatici, sentimentali il libro della vita.

Con la saggezza conseguita superò momenti difficili. Fu un uomo di fede.

Sua moglie era Rosa. Avevano avuti 6 figli, due persi nella primissima infanzia, gli altri quattro in giovane età. Moglie e marito formavano una coppia simpaticamente assortita.
Santino amava il suo paese come la sua casa.

Lo avrebbe voluto migliorare, abbellire e renderlo più apprezzato.

Fu lui che prese a cuore la crescita del pino in Piazza Nazionale. Il primo tentativo andò a buca, mangiato dalle capre. Il secondo tentativo risplende a tutt’oggi. Sì, questo maestoso pino, quando fu piantato, era alto non più di un metro. Quante cure. Recintato, annaffiato, potato come una piantina del balcone. E poi le prime pignette, e poi il primo nido, e anche il fulmine che colpì un ramo. Soddisfazioni e timori per una pianta di famiglia.

Certo, guardando questa bella pianta, (soltanto di giorno, poiché la sera la piazza non è illuminata), sostando alla sua ombra, non sempre si pensa a quand’era piccina, però lo è stata, e i suoi primi anni furono curati da Santino che amava il suo paese come la sua casa e la Piazza come il suo balcone.

 
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