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La Barrozza - Estate 2008 - anno XVII n. 2
Scritto da Federica Agabiti   

Provate a riflettere su quello che è il nostro paese, su quello che è stato e soprattutto su quello che avrebbe potuto essere.
E’ interessante, anche se lascia dell’amaro in bocca, mettere a confronto l’assetto attuale con quello passato.
Quante cose c’erano e quante ne sono rimaste?

Senza considerare la SCUOLA MATERNA ed ELEMENTARE che, per evidenti ragioni numeriche, sono state chiuse intorno alla metà degli anni Settanta, in molti ricorderanno la COOPERATIVA DELLE MAGLIERISTE che lavorava nella ex scuola e che produceva capi per molte ditte, fra cui la “ellesse”. Oltre ad offrire lavoro a molte ragazze, era anche un modo per ritrovarsi insieme ed uno spunto di vita per il paese.

A Ruscio di sopra i Bernabei gestivano una MACELLERIA, i Carassai invece, prima Battista e poi Giovanni, erano proprietari di una fiorente OSTERIA e di una TRATTORIA con alcune camere che venivano affittate, e successivamente anche dell’ALIMENTARI, vicino a Piazza dei Sei, prima appartenuta a Nello e Marino Belli.

Nella COPPARA, lungo la strada che da Ruscio porta al Trivio, il nonno del nostro Battista Carassai  realizzava coppi, ma anche piatti, pile e tubi per acquedotti fatti in coccio, grazie alla lavorazione dell’argilla estratta nei “cretoni”, agli argini della strada del Trivio.

Molto più avanti, circa 20 anni fa, venne intrapresa la lavorazione della CERAMICA, con la costituzione di una COOPERATIVA che operava nel vecchio asilo.
Ai tempi dei nostri nonni Ruscio era un centro movimentato e, proprio per questo, la maggior parte dei bisogni degli abitanti venivano soddisfatti all’interno del paese, seppur in relazione all’esiguità delle necessità dell’epoca.

Era popolato da personalità vivaci e versatili come Giovanni Agabiti, che da FALEGNAME diventava BARBIERE e da barbiere OROLOGIAIO.
Il Sor Arcangelo e il nonno del nostro Roberto Arrigoni si prestavano a fare i CALZOLAI.
Tutti si arrangiavano a fare qualcosa, contribuendo allo scorrere della vita paesana.
Le donne partorivano sul letto di casa, infatti al momento delle doglie si correva a chiamare la donna del paese esperta nel mestiere della “LEVATRICE”.

Possiamo immaginare quante genti e quanto movimento aveva portato l’apertura della MINIERA, ma anche quanto erano importanti luoghi di ritrovo come le vecchie OSTERIE, simboli del paese: quella di Luigione a Ruscio di sotto, quella della famiglia Carassai a Ruscio di sopra e successivamente quella di Nina, poi passata nelle mani dello storico Gigetto. Erano veri e propri centri di vita, brulicanti di ciarle e risa; era immancabile l’appuntamento all’osteria per gli accaniti giocatori di carte o per chi gradiva un sorso di buon vino.

Dove ora Pietro conserva ancora il prezioso lascito del padre, i Gervasoni, Filippo e Nazarena, accanto all’osteria avevano la MOLA. Qui la gente del paese portava il proprio raccolto, il grano e gli altri cereali, per essere macinato e ridotto in farine e semole.

E’ impossibile dimenticare l’ALIMENTARI della mitica Pina! Oltre a farvi quotidianamente la spesa, da lei aspettavamo il pulmino della scuola nelle freddissime mattinate d’inverno mentre ci preparava la pizzetta. Da lei le signore, anche se non avevano niente da comprare, si ritrovavano per chiacchierare, per prendere il caffè e per sapere le ultime su Ruscio.

Se in giro non c’era nessuno, da Pina si era sempre sicuri di incontrare qualcuno e di trovare soprattutto lei, pronta a farti passare qualche minuto. Con il suo negozio Ruscio acquistava davvero la dimensione di paese, poiché lì entrava ed usciva gente, ma anche la dimensione di una grande famiglia. Tutti quanti ricordiamo con nostalgia quell’insegna e quelle due serrande, con il rimpianto di non aver potuto fare niente affinché non le abbassasse per sempre.

Viene da chiedersi se è venuta meno l’ambizione e la voglia di crescere, o se i tempi moderni hanno inghiottito il paese senza lasciargli scampo.

Chi voleva creare è stato scoraggiato ed ostacolato fino ad essere fermato. Per portare qualche esempio: il signor Scarponi Clemente ebbe l’idea, mai potuta realizzare, di costruire il suo ristorante a Ruscio, nei pressi del mobilificio Vannozzi; la cooperativa “Verde Appennino” si è spenta inesorabilmente. Armando Agabiti è sulla via di chiudere l’attività del forno; Allegretti, una volta proprietario della ferramenta a Ruscio di sotto, ora ha cessato anche l’attività edilizia.

Per avere fiducia nel futuro bisogna credere e sperare che questo sia migliore del passato. Ciò che accade qui (e soprattutto ciò che non accade) ci porta a ritenere che i tempi passati siano stati più fecondi dei giorni attuali e di quelli che si prospettano.

Con il Sevizio Civile noi volontari vogliamo riscoprire e trascrivere il passato, ricordando quelle pratiche, come la lavorazione della canapa, che facevano la vita del paese e che ne hanno fatto la sua storia.

Chi ricorda qualcosa può segnalarlo insieme alle impressioni che ha tratto da quanto sopra scritto, poiché saranno stati sicuramente dimenticati alcuni tasselli della vita rusciara che fu.

 
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