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L’incigliatura E-mail
La Barrozza - Natale 1993 - anno II n.3
Scritto da Osvaldo Perelli , Angelo Cardilli   

(ovvero quando Agata filava)

Questo antico e ormai desueto vocabolo farebbe pensare a prima vista ad un particolare trattamento usato dalle donne per abbellire le proprie ciglia.

Si tratta, invece, di un laborioso procedimento artigianale usato dalle massaie di Ruscio per trasformare la grezza canapa in linde lenzuola, ruvidi asciugamani o fasce per neonati, che ancor oggi molte famiglie conservano mediante i tradizionali corredi da madre in figlia.
Facendo tesoro di testimonianze di donne, diciamo di una (in) certa età, pensiamo di fare cosa gradita svelando i “segreti” di questa antica usanza, mettendo in risalto il metodico e certosino impegno delle contadine ruciare in tempi difficili e austeri.
Tutto inizia con la semina e il raccolto sulle “Canapine”, quel complesso di fettucce di terreno particolarmente idoneo alla coltivazione di questo tipo di pianta, situato di fronte alla fonte dell’Asola.

Alla fine dell’estate si provvedeva alla raccolta della canapa mediante estirpazione della stessa e dopo averla “sfeminata” (dopo aver scartato le canne più erte- i cosiddetti cannji), si poneva ad essiccarla al sole.
Quindi si passava alla “incijatura”!
Questa operazione consisteva nel porre precedentemente e gradualmente i mazzetti di canapa nel forno appena tiepido, dopo la cottura del pane, di modo che le cannucce diventavano più malleabili. L’attesa nei locali del forno di Rosa era occasione per semplici pettegolezzi tra donne e per timide proposte amorose tra i giovani.

Quindi si sottoponeva il prodotto al torchio dell’incijatore formato da un ciocco oblungo scannellato sul quale piombava a ritmo continuo un altro corpo ligneo manovrato a guisa di leva.
Lascio immaginare alla fantasia degli amici lettori lo scenario in cui si svolgeva questa macchinosa lavorazione unitamente alla rozza meccanica per l’utilizzo di questo “oggetto misterioso” che Marchegiani Maria ha donato alla Pro-Loco dopo averlo gelosamente custodito per tanti anni.

Alla fine della “tortura” il prodotto reso abbastanza malleabile, subiva una operazione di pettinatura come se si trattasse di una lunga capigliatura mediante l’uso della costa che serviva anche a togliere alcune impurità; quindi si portava la canapa costata da “lu cinciaru” della famiglia dei Colapicchioni che provvedeva a cardarla fino a farne dei “nocchi”.

Quest’ultimi venivano avvolti sulla canocchia (un bastone con in cima un’attrezzatura a forma di prisma dalla quale scendeva la stoppia di canapa che con un procedimento di filatura e di avvolgimento manuense veniva attorcigliata intorno ad un fuso fino ad avere tante fezze di canapa finita. Le fezze dopo alcuni procedimenti di chimica fatta in casa a base di “bucate” ed esposizioni al sole assumevano gradualmente il colore naturale del bianco da fare invidia al bianco, più bianco che più bianco non si può cui fa riferimento la pubblicità attuale dei migliori detersivi. Infine queste candide “trecce” venivano consegnate per la tessitura alle esperte mani delle filandiere d’epoca che erano Agata (Ghituccia) o Benedetta le quali possedevano i telai.

Il prodotto finale era rappresentato dai “cutuli” di canapa che erano delle lunghe porzioni di tessuto che a seconda delle utilizzazioni venivano cucite insieme fino a formare candide lenzuola, o adibite singolarmente a comodi asciugamani o tagliate per essere usate come fasce di neonati: quest’ultimi con opportuni orli. Pertanto, amici miei, quando riposate al tepore delle lenzuola di canapa, meditate su quanto lavoro e su quali mezzi i nostri progenitori hanno dovuto contare per realizzare questi articoli di biancheria divenuti ormai oggetti d’altri tempi ma ancora gelosamente custodite dalle nostre donne.


 
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