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L'economia delle miniere
Scritto da Francesca Massi, Valentina Castiglia, Emanuele Andreoli, Marco Baldini   


 

La lignite, chiamata anche carbone marrone (brown coal), è un carbone molto giovane, composto da materiale organico di origine vegetale. Quella umbra, formatasi in epoca pliocenica, è un prodotto di estuario originato dalla crescita di piante lacustri sui resti delle preesistenti e si distingue per varie tipologie (Tab. 1).

 Tipologia Note
 Grossa pezzatura  si ottiene da cernita a mano: pezzi non inferiori a 20 cm
 Grossa pezzatura scelta ottenuta dopo ulteriore cernita manuale
 Pezzatura ordinaria  non ha subito cernita a mano; ha dimensione minima di 6 cm
 Trito ha dimensione da 6 a 2 cm
 Granitello ha dimensione fino a 2 cm
 Polvere ha dimensione inferiore a 6 mm

Tab. 1: Le tipologie di lignite riportate nel Catalogo generale riassuntivo 1928 della Società Terni

Le principali miniere umbre si collocano nel bacino lasciato dalla scomparsa dell’antico Lago Tiberino dove, in quel tempo, si raccoglievano le acque del Tevere. Tali zone sono: Spoleto, Morgnano, Sant’Angelo in Mescole, Terni (località Colle dell’Oro), Buonacquisto (Arrone), Cavallara (Monti Martani), Caiperino (Città di Castello), Galvana (Gubbio). In seguito vengono sfruttati altri giacimenti in cui si riscontrano evidenti affioramenti come quelli di: Pietrafitta, Deruta, Collazzone, Massa Martana, Dunarobba, Colle Secco, Montecastrilli, Fontevecchia, Torgiano, Bevagna, Ilci, Padule, Cannetaccio, Narni e Baschi.

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Fig. 1 Spoleto - miniera di Morgnano

Dall’Unità d’Italia al secondo dopoguerra, l’estrazione della lignite rappresenta uno dei settori industriali più importanti della regione che contribuisce al 30% della produzione nazionale e si accentua dalla prima guerra mondiale e ancora di più dal secondo conflitto. Infatti in quegli anni la necessità di combustibili nazionali aumenta per effetto della chiusura dei mercati dei singoli paesi e per le esigenze sempre più elevate del settore siderurgico che nella regione detiene la quasi totalità del minerale estratto.

In alcune città la storia delle miniere riguardò da un lato il settore sociale, in quanto la loro apertura comportò una profonda crisi delle attività locali (in particolare quelle artigiane), dall’altro  il settore economico favorendo lo sviluppo e il progresso.

La vasta diffusione della lignite nel territorio ne favorì l’uso, in principio in ambiente domestico (come sostitutivo del carbone) poi, a seguito della modernizzazione, anche nell’ industria. Dopo numerosi studi che ne analizzarono le caratteristiche chimico-fisiche e le possibilità tecniche ed economiche di utilizzo, ne viene proposto l’impiego per la produzione di gas illuminante, per l’alimentazione di forni industriali (come quelli della società Terni), per l’alimentazione di centrali termoelettriche le quali, in particolare quelle di Pietrafitta e Bastardo, usufruirono delle sovvenzioni previste dal DDL 454/1919 per la loro costruzione ed entrarono in funzione rispettivamente nel 1925 e nel 1932. Le proposte per i successivi utilizzi saranno in seguito bloccate a causa della mancanza di approvvigionamenti consistenti e continuativi. L’esperienza termoelettrica sarà ripresa negli anni ’50.
Tutte le miniere Umbre conobbero una fase di intensa attività durante il periodo autarchico quando l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania (10 giugno 1940) e successivamente un periodo di lunga crisi che si protrarrà per tutti gli anni ’50 e provocherà la chiusura di quasi tutte le miniere.
Per ovviare a questo problema, il governo e la regione cercarono di riconvertire l’attività mineraria in forme di utilizzazione alternativa, come per esempio nel settore della generazione termoelettrica ma purtroppo nel 1960 l’Italia si avviò verso un percorso di dipendenza dal petrolio.

Attualmente, visto l’instabile equilibrio energetico nel nostro paese che vede coinvolti sia l’aumento dei prezzi del petrolio che il rischio riguardante le riserve di gas, il carbone potrebbe prendersi la sua rivincita come fonte di energia e confermerebbe il pensiero dell’imprenditore Albino Frongia (1910-1999) da sempre convinto della competitività e redditività della lignite usata come combustibile. Infatti sosteneva che, trasformando la lignite in mattonelle o bricchette, si migliorava il contenuto energetico ed eliminando parte dell’acqua contenuta, si riuscivano ad abbassare i costi del trasporto. Le parti della lignite più torbose sarebbero state impiegate in agricoltura come fertilizzante; il combustibile in piccoli e medi impianti industriali e, se trasformato, in usi civili. I giacimenti lignitiferi umbri presi in esame per le ricerche del Frongia riguardano i comuni di Acquasparta, Avigliano, Baschi, Giano dell’Umbria, Gualdo Cattaneo, Massa Martana, Montecastrilli, Todi ma anche alcuni comuni laziali.

Tutta la ricca documentazione di questa attività composta da buste archivistiche, mappe, planimetrie e riviste del settore, è stata donata alla Comunità Montana dei Monti Martani e del Serano e depositata presso il Laboratorio di Scienze della Terra di Spoleto che, nel 2006 ha pubblicato i numeri 2-3 dei Quaderni del Laboratorio di Scienze della Terra dal titolo Pietre e terre nel lavoro dell’uomo, Miniere di Lignite in Umbria, utilissima raccolta di informazioni che ha contribuito alla stesura di vari capitoli del nostro elaborato.

 
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