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Ruscio: un paese che sta morendo? E-mail
La Barrozza - Estate 2003 - Anno XII n. 2
Scritto da la Redazione   

Quando pubblicammo lo scorso anno il primo quaderno di Ruscio raccontammo l’emigrazione verso gli Stati Uniti d’America dei nostri avi. Il nuovo Continente fu la meta di questo primo esodo che successivamente, per tutto il ‘900, vide in Roma la città nella quale tanti nostri compaesani si trasferirono, aprendo botteghe o impiegandosi in aziende private o pubbliche.

Questo “triste” fenomeno ha interessato tutta la nostra penisola, specialmente il meridione e quelle regioni interne più povere dove vi erano limitate opportunità lavorative. Il territorio di Monteleone di Spoleto non ebbe diverso destino, ed una grande parte della sua popolazione si allontanò dai luoghi natii.

Sulle pagine di questa Barrozza abbiamo raccontato il passato e parlato del presente del nostro paese, delle nostre tradizioni, dei personaggi che lo hanno popolato. Abbiamo di certo preferito narrare i momenti belli rispetto ai brutti, raccontando pagine gioiose anziché tristi. Abbiamo dato forse l’immagine di un paese un po’ troppo da “operetta”, mitizzando la pace e la serenità che, soprattutto noi Rusciari di Roma, vi troviamo quando puntualmente ogni anno riapriamo le nostre case estive. Forse abbiamo evidenziato un po’ troppo (ma non certo per superficialità!!) quei suoi aspetti vacanzieri, idilliaci, trascurando di parlare dei problemi che esistono e di cui fanno le spese coloro che vi abitano dodici mesi l’anno.

E la mancanza di opportunità lavorative è di certo uno di questi aspetti negativi! Ancora oggi i giovani abbandonano la propria terra per le limitate prospettive occupazionali e cercano in paesi e città diverse la possibilità di costruirsi un’esistenza certamente più sicura.

Se escludiamo talune iniziative di nuclei familiari che hanno saputo sviluppare il lavoro contadino elevandolo a livelli imprenditoriali o quelle imprese edili che hanno restaurato tutte le nostre case, per il resto è il nulla.

Se è vero che il lavoro è frutto della fantasia umana, delle capacità tutta imprenditoriale del singolo o del gruppo di saper inventare qualcosa, conoscendo il territorio, la realtà circostante, le necessità, i bisogni e le domande alle quali si può dare una risposta in termini lavorativi, è anche vero che le istituzioni locali devono dare il giusto apporto logistico, strutturale e normativo per supportare tale iniziative.

Tutto questo manca nel Comune di Monteleone: non c’è una zona industriale o un’area attrezzata dove poter erigere – in ossequio alle normative vigenti – capannoni industriali! Per questioni burocratiche (sicuramente risolvibili con un po’ di buona volontà!) sono state chiuse attività commerciali che in una piccola realtà come la nostra avevano anche un valore sociale! Siamo lontani appena 9 chilometri da Leonessa e 12 chilometri da Cascia eppure non riusciamo ad accaparrarci neanche una minima fetta di quel turismo religioso ed estivo che riempie le rinomate cittadine! Ci vantiamo della nostra cultura, della natura che ci circonda ma continuiamo a “cantarcelo e suonarcelo tra di noi”, senza riuscire a trasformare tutto ciò in un prodotto di qualità da saper vendere, senza saper trasformare tutto ciò in occasioni di lavoro!

Per la verita’ alcune iniziative del passato (Cooperativa delle maglieriste, della Ceramica, Verde Appennino) stanno a dimostrare che qualche tentativo da parte dei giovani e’ stato fatto anche se con scarso successo, non avendo trovato sostegno ed aiuto da parte degli Enti responsabili dello sviluppo del territorio.

Questa pagina non vuole essere un grido d’accusa verso nessuno, tanto meno verso chi ci ha amministrato nel passato o ci amministra nel presente. Ci siamo limitati a raccogliere le osservazioni, le considerazioni e le parole di chi il problema lavoro lo vive quotidianamente e, nonostante le difficoltà, cerca di agire, di creare opportunità occupazionali per se e per gli altri, per far vivere questa terra e per non abbandonarla; abbiamo solo dato voce a quelle parole che il più delle volte muoiono in un mare di inspiegabile ed ingiustificata indifferenza.

Lo spirito semmai è proprio quello di incitare chi, dall’alto delle proprie responsabilità amministrative, deve fare; chi, con l’autorità conferita e nel pieno legittimo possesso dei suoi poteri, non deve farsi trascinare dall’apatia del “sempre così è stato e sempre così sarà”, dai radicati qualunquismi o peggio ancora menefreghismi che non fanno onore.

Non ci si accontenta di semplici opere di facciata, ma ci si aspetta progetti sostanziali, iniziative per non vedere il nostro paese morire spopolato, con giovani che necessariamente devono trovare altrove opportunità di lavoro e di vita.

Tra tanta aria di vacanza ci vogliamo immedesimare anche noi, Rusciari di Roma, nelle parole pronunciate dai giovani di Ruscio, soci della Pro Loco, che, nonostante tutto, ancora tenacemente rimangono ancorati al suolo nativo e che ci hanno invitato a lanciare questo grido di allarme: anche (e soprattutto) questo rientra nelle attivita’ di una pro loco.

Perché questo paese non muoia, perché le finestre che d’estate si riempiono di fiori possano rimanere aperte per dodici mesi l’anno, perchè quelle realtà lavorative che esistono non debbano essere costrette ad emigrare altrove, dove, lontano da gelosie e invidie mai sopite, si apprezza l’iniziativa ed il lavoro privato, quale mezzo di sviluppo sociale, di civiltà e soprattutto di benessere economico per le popolazioni che vi risiedono.

 
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