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Ellis Island
Scritto da Salvatore Paolini   

I nostri emigranti che abbandonavano la loro terra (vedi articolo di Isidoro Peroni, Io voglio andà all’America, in La Barrozza, p. 1, n. 2, a. III, 1994) iniziavano il loro viaggio, in genere, alla volta di Napoli, e qui confluivano nella moltitudine degli emigranti provenienti dalle altre regioni e diretti oltreoceano.

immigranti

Il lungo viaggio

Nomi come: Città di Calabria, Dante Alighieri, Sicilia ecc. per gli emigranti dell’epoca non rappresentarono solo vaghe nozioni scolastiche ma i nomi delle navi che li avrebbero trasportati insieme a tanti altri emigranti.

Le “Navi dei Lazzari”, come venivano definite, altro non erano, il più delle volte, che delle vere carrette naviganti, spesso in condizioni fatiscenti. Navi dotate di cabine passeggeri o di “camerate” con letti a castello, dalle pessime condizioni igieniche, le cui misure di salvataggio erano inadeguate o insufficienti al numero di passeggeri trasportati (1).
All’attracco al porto di New York, dopo venti o trenta giorni di navigazione, tutti i passeggeri venivano sbarcati, incolonnati e traghettati alla volta di Ellis Island.

Ellis Island, un piccolo isolotto situato proprio di fronte a Manhattan e sede del Centro di immigrazione dal 1894, rappresentava l’ultimo vero ostacolo per gli immigrati. La vera porta di ingresso degli States.

Main Building

The Main Building

Qui si smetteva di essere Umbri, Toscani o Siculi per essere solo, secondo le procedure dell’Ufficio immigrazione statunitense, Italian.
Per molti iniziava a concretizzarsi il sogno americano mentre per altri, chi veniva respinto, il sogno rimaneva tale.

Ad ogni immigrante in arrivo veniva consegnato un primo documento: la Inspection Card, dove erano riportati nome, cognome, età e le informazioni riguardanti la nave che l’aveva portato a New York.
 I medici esaminavano brevemente ciascun immigrante e marcavano sulla schiena, con del gesso, coloro per i quali occorreva un ulteriore esame per accertarne meglio le condizioni di salute; se vi erano condizioni particolari di infermità l’immigrato veniva trattenuto all’ospedale dell’isola per ulteriori visite.

Superato questo primo esame gli immigranti venivano convogliati nell’enorme Registry Room. Qui li aspettava un’attesa lunga, estenuante e carica d’angoscia che il più delle volte durava un’intera giornata, a seconda del numero di arrivi al porto.
Durante la registrazione si accertavano nuovamente stati di malattie in atto, l’affiliazione politica, i precedenti penali, la destinazione, eventuali specializzazioni lavorative, o l’eventuale ricongiunzione a parenti già residenti negli U.S.A.
Al termine della registrazione il visto del funzionario consentiva finalmente l’entrata negli Stati Uniti. Il sogno diventava finalmente realtà.

46 stars flag_great hall

The Great Hall - si noti la bandiera che riporta solo 46 stelle. Si tratta dunque di una foto scattata tra il 1907 e il 1921

Quanto riportato finora rappresenta una sintetica e asettica descrizione di quanto avveniva ai nostri emigranti a Ellis Island. Le foto raccolte, in bianco e nero, ci raccontano di quelle lunghe attese, della stanchezza, dell’angoscia e della speranza di quelle ore.
Lunghe file ordinate di persone affamate, sporche, con pochi soldi, alla ricerca di informazioni in lingua italiana e dove, al vociare sommesso in dialetto, si intercalava il pianto dei bambini.

Mischiati tra gli immigranti (non solo italiani ma anche di altre nazioni) truffatori e borseggiatori erano sempre in agguato pronti a sfruttare ogni momento di disattenzione o di stanchezza per far razzia di borse, valigie, ceste e fagotti, tutto ciò che poteva servire ai nuovi arrivati per costruire una nuova vita.
Durante la registrazione, che avveniva dinanzi ad un funzionario dell’Ufficio immigrazione (immigration offcier), poteva bastare un piccolo sospetto sulle idee politiche o di malattie celate, o addirittura un atteggiamento troppo spavaldo, per essere di nuovo imbarcati verso l’Italia e non è un caso se Ellis Island venne ribattezzata “l’isola delle lacrime” (2).

 
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