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Personaggi e tradizioni di Ruscio: La ritirata E-mail
La Barrozza
Scritto da Osvaldo Perelli   

PERSONAGGI E TRADIZIONI DI RUSCIO

Continua la rubrica dedicata al ricordo di persone, luoghi e tradizioni di Ruscio, che intende coinvolgere tutti coloro che volessero segnalarci proprie memorie personali o legate all’intera comunità.

LA RITIRATA
(… per non disperdere la memoria)

E’ noto a tutti che i paesi della nostra vallata furono teatro della ritirata delle truppe tedesche verso il nord, lasciando segni più o meno dolorosi e soprattutto tanta paura nella popolazione.
Di questo periodo e degli avvenimenti che ne seguirono fui testimone oculare, ma al di la dell’aspetto bellico, delle situazioni tristi e tragiche a tutti note, che si verificarono durante le fasi della ritirata della Whermact unitamente ad  alcuni episodi che incursioni di bande pseudofasciste, mi limiterò a narrare alcuni semplici e curiosi fatterelli realmente accaduti, facendo ricorso alla mia memoria ed alla testimonianza di persone più attempate. Fu, in quel periodo, che alcuni ragazzini, in villeggiatura a Ruscio, rimasero bloccati nel paese dei propri nonni, mentre la capitale era stata colpita dai bombardamenti (1943). Roma, come dicevo, era stata bombardata  e mia madre (mio padre era disperso in guerra) aveva mandato a dire a mie nonni di iscrivermi alla scuola elementare di Monteleone e di ripetere la terza (pur essendo stato promosso ), poiché era impossibile ottenere l’attestazione della scuola di San Giuseppe al Trionfale.

L’impatto con gli alunni della classe nel primo giorno di scuola fu scioccante per me che venivo da un istituto rinomato della capitale, ma poi crebbe una certa simpatia tra di noi e soprattutto con la maestra, di cui ricordo il nome, Irene, e la sua propensione per il regime. Accedeva, così, che in circostanza “particolari” o durante la visita di personaggi del governo, si allontanava dall’aula e mi incaricava di presiedere alla vigilanza ed alla lezione. In un certo senso la sostituivo.

I compagni: di loro ricordo pochi volti, uno in particolare: Gaetano Giovanetti, figlio del Barone (quanti Baroni a Monteleone!!), prematuramente scomparso e un Sereni, che ad ogni compito sia di italiano, che di matematica, disegnava solo cavalli o pecore.

L’inverno quell’anno fu terribile e nevicò tanto. Mi capitò che una mattina mi trovai con gli scarponi (che mia madre aveva commissionato a Mastro Cencio, padre di Bob) sfondati, per cui fui costretto ad andare a scuola con le scarpe della zia Carolina che affondando nella neve, attutivano il disagio provocato dai tacchetti bassi. Venne il giorno degli esami. La mattina mio nonno mi consegnò un pacco di cartoni da consegnare alla maestra Irene, verso la quale mostrava una simpatia tutta sua. Durante il tragitto sulla costa verso Monteleone il contenuto di quel pacco mi incuriosiva talmente che slacciai lo spago e vidi che conteneva, indovinate un po’, un mazzo di rape dolci, che mio nonno coltivava gelosamente nel terreno dove ora è la casa di Paolo Peroni.

Una delle rape spari’.

Dice una canzone: “Una mattina mi sono svegliato, ed ho trovato l’invasor…”; anche noi, una mattina, ci siamo svegliati ed aprendo la porta della grande sala adibita a pranza e cucina, ci siamo trovati davanti ad un gruppo di tedeschi intenti a trasmettere messaggi via radio, mentre alcuni erano sdraiati ancora immersi nel sonno.

Kommen sie her, kameraten! E invitarono mio nonno a far bollire una testa di vitella spellata che si trovava dentro un grosso callaro.

Mangiammo brodo, per una settimana.

Di quel periodo, in cui si alternavano canti di Bandiera Rossa e Giovinezza, mi tornano alla mente fatti e situazioni veramente curiosi, quali quello dello scontro tra due gruppi di partigiani, che per un banale equivoco, avevano dato luogo a scaramucce finite nella caffetteria di Nina, a gratis, tanto avrebbe pagato Badoglio, come si usava dire. (vedi “la Barrozza” Pasqua 99: “Guerre pacioccone”); lo spogliarello intimato dai partigiani locali ad un gruppo di frati scambiati per nemici camuffati; la liberazione dei deportati del Trivio dietro raccolta di 100 uova o la ricerca a … fiasco sicuro di vino da parte di alcuni militari nella sacrestia di Don Sestilio; l’inc..avolatura di un soldato sbalzato di sella dal somaro di Perelli (nonno di Enzo) che lo voleva accoppare ad ogni costo con la Mauser…

Una domenica, mentre i fedeli erano a Messa, qualcuno entro’ gridando: ”I tedeschi!”.
Si trattava, a dire la verita’, di un camion mimetizzato in fase di normale spostamento da Cascia a Rieti. I piu’ giovani fuggirono cercando scampo verso il Corno; i tedeschi, a loro volta, visto quel fuggi fuggi, pensarono di avere a che fare con dei partigiani e li inseguirono sparando alcuni colpi.

Ma uomini “impavidi” e smilzi come il trio Peroni: Marco, Pietro e Romano, nonche’ il nostro Mario Lotti, volarono letteralmente sull’impervia pista del fiume, fino a raggiungere il casale di Angelini di Rescia, dove rimasero rifugiati per 15 giorni.

… Mio zio Aquilino, invece, non so se per paura o per stanchezza, ritorno’ nel suo letto e si addormento’.

Io e Carlo Cicchetti eravamo coetanei ed essendo ancora ragazzini facevamo la spola tra i nostri paesani che erano imboscati con il bestiame a Valle Maetta sotto Aspra; un giorno ci sorpresero sulla Valle Sant’Angelo, due militari armati di bastone con il quale, toccando sterchi di vitelli, volevano sapere dove fossero nascosti.

Passato un momento di comprensibile paura, indicammo loro le vacche dei “rignicoli” che stavano nascoste la’ dove ora e’ la cava degli Agabiti.
Chissa’ se la testa dell’animale cucinato da mio nonno sia stata una parte di quel bottino!
E giunse il giorno della Liberazione.

Se ne era già avuto sentore, ascoltando i comunicati della radio che solo Don Sestilio possedeva o leggendo i volantini che gli aerei americani gettavano come tanti coriandoli sulla nostra vallata; era uno spettacolo per noi “monelli” che correvamo a raccoglierli.

Passò, però, ancora del tempo, ma avemmo tutti la certezza dell’atteso momento, quando raccolti davanti al prato della Madonna Addolorata, assistemmo al crollo del ponte delle Ferriere che una sparuta retroguardia aveva minato, nonostante la presenza (vero o falsa) di partigiani nelle alture sovrastanti.

Arrivarono gli americani! Vedemmo le prime jeep ammirammo le nuove divise, imparammo nuovi vocaboli; cheewing gum, coca cola (ricordo che alcuni scambiavano la sigla W.C. in vaffan……), poi tutto cambiò: l’agricoltura, la scuola, l’amministrazione (sparì la carica di podestà sostituita con quella del sindaco), il modo di vestire; le AM, lire di carta al posto delle monetine con le quali, fino a poco tempo prima, avevano giocato a battimuro o a saltasoldo.

Alcuni dissotterrarono prosciutti, lardo e grano che avevano nascosto nell’orto, altri tornarono con le bestie dai monti dove si erano nascosti, altri ancora si dilettarono a raccogliere elmetti, armi e munizioni per farne un cimelio, qualcuno, come mia nonna, ritrovò a fatica il portamonete, con qualche gioiello di famiglia che aveva nascosto dentro “lu  pajaricciu”.

Tornò la vita a Ruscio e la serenità nella gente che anche il quella parentesi così difficile e triste, dimostrò saggezza e senso di solidarietà (basterà ricordare l’intervento della signora Puccetti la quale evitò un danno disastroso); doti che costituiscono le caratteristiche peculiari delle generazioni che seguirono.


 
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