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Storie di taglie e di lupi PDF Stampa E-mail
La Barrozza - Estate 2019 - anno XVIII n. 2
Scritto da Stefano Vannozzi   

Per secoli la convivenza fra l’uomo e il lupo è stata difficile e combattuta con una guerra così accanita contro quest’ultimo da portarlo quasi all’estinzione. Il lupo divenne oggetto espiatorio di ogni nefandezza, peggiore di quelle umane, e lo stesso nome ha assunto il significato di cattivo, brutto, crudele. Alla sua sola presenza è attribuita persino la capacità di far perdere il senno o la voce: “ancora si dice il lupo avere potenza, col suo sguardo, di fare alli omini le voci rauche”, scriveva Leonardo da Vinci.

 

  

 

Nei secoli passati, vari stati preunitari elaborarono forme di ricompense per chi uccidesse i lupi, arrivando a stabilire con un apposito preziario i premi distinti per categorie, età e sesso dell’animale ucciso o catturato. Nel tempo si crearono anche figure di cacciatori professionisti, noti come “lupari”, alcuni dei quali giunti quasi ai nostri giorni [1]. Conseguenzialmente alla domanda-offerta, il cui veicolo principale era il danaro, si creò un commercio non sempre limpido.

Nel Regno di Napoli gli importi, stabiliti dal Decreto del 16 maggio 1810 [2] di Gioacchino Napoleone in forma di premi in denaro per gli uccisori dei lupi, per quanto successivamente aumentati, restarono sempre di molto inferiori a quelli riconosciuti e pagati dalle amministrazioni pontificie. Il primo articolo stabiliva: “Art. I. Sarà conceduto un premio di ducati sei a colui che ammazzerà una lupa gravida; di ducati cinque per una lupa; di ducati quattro per un lupo; di ducati due per ogni lupacchino che sia grande quanto una volpe; e di un ducato per ogni lupacchino preso al nido”.

Nello Stato Pontificio, in base all’editto del 15 novembre 1806 “Del premio, che si accorda agli Uccisori de Lupi”, cui fece seguito la notificazione del 21 giugno 1814 “Sulla rinovazione de’ premj d’accordarsi agli uccisori de’ lupi”, una parte del premio veniva invece riconosciuta dall’amministrazione pubblica, e parte dai comuni interessati, sulla base del numero di bestiame allevato o più precisamente, come recita l’editto del 1806, “sopra i Proprietarj del Bestiame, o loro Affittuarj”. Il premio medio conferito di 15-20 scudi costituiva un fortissimo incentivo alla caccia dei lupi: si tenga conto che 15 scudi era una somma allettante, poiché rappresentava uno stipendio medio mensile lavorativo per un uomo adulto e poteva fare la differenza in una famiglia povera e numerosa. Tutto questo portò a un vero e proprio mercato clandestino, specie lungo il confine fra i due Stati, dove i lupi catturati venivano spesso illegalmente introdotti e rivenduti nello Stato Pontificio per riscuotere una somma maggiore di denaro. Infatti, il premio riconosciuto nel Regno di Napoli era compreso fra i 6 e gli 8 ducati, meno della metà rispetto a quello previsto per i sudditi del papa. Per questo, i cacciatori delle zone di confine erano soliti rivendere i lupi uccisi a quelli dei paesi limitrofi al di là del confine, ottenendo un guadagno maggiore e consentendo agli acquirenti di lucrare comunque qualcosa sul maggior riconoscimento economico, così come testimoniato da Leonardo Dorotea: “Quanti per lo passato ne catturavano negli Appennini Napoletani, tanti ne portavano viventi nello allora Stato Pontificio, ove il premio accordato dalla legge di là era maggiore”.

Uberto D’Andrea scrive che: “[C’era chi presentava] la medesima testa di lupo ad altre autorità per farsi erogare un secondo o addirittura un terzo premio, relativamente all’uccisione di una sola belva”. A tal fine, per contrastare le frodi e la reiterata richiesta di premio (utilizzando lo stesso esemplare di lupo), furono elaborate delle specifiche normative che imponevano il taglio delle orecchie, delle teste, lo scuoiamento degli animali (reperti da presentare con la richiesta di premio) e la pronta distruzione della carcassa.

Nel decreto di Gioacchino Napoleone del 1810, all’art. 2, si legge infatti che “colui che l’ammazzerà è tenuto a presentar la testa al sindaco, alla quale farà egli mozzare le orecchie per evitare le frodi”. L’art. 4 del decreto del 19 dicembre 1815 conferma che “siffatti premii si dispenseranno dal cassiere del comune sull’articolo delle spese impreviste dello stato discusso, con ordinanza dell’intendente, il quale non la rilascerà se non quando si sarà assicurato della verità del fatto, ed avrà provato, per evitar le frodi, che alla belva si saranno mozzate le orecchie” [3]. Inoltre, per procedere all’assegnazione dei premi gli intendenti chiedevano agli organi periferici extragiudiziali attestazioni in cui comparissero, chiaramente, le descrizioni dei tempi e dei modi delle catture, nonché la precisa indicazione dei luoghi e dei testimoni. Tali situazioni erano talvolta motivi di dissidi e occasione di litigi e rancori fra cittadini di una medesima comunità, che si trasformavano in querele e denuncie presso le autorità.

 

  

Indirizzo della lettera delatoria

 

È in questo contesto che si inserisce una lettera delatoria anonima partita da Monteleone di Spoleto alla volta del “Maire” (Sindaco) di Spoleto, il conte Valerio Travaglini. Si tratta di una prefilatelica di epoca napoleonica con segno di tassazione, priva di data ma risalente al 1810 o 1811, provvista di timbro lineare di arrivo con il numerale dipartimentale “117 / SPOLETO” (Dipartimento del Trasimeno), da tempo in vendita sul noto sito di Ebay.

Nel testo, l’ignoto estensore accusa un tal Gioacchino da Rescia alias Gioacchino Angelini [4] di falsa attestazione e frode su una pretesa cattura di due lupi, che sarebbero stati invece catturati nel leonessano da un tal Ludovico Labella di Vindoli.

 

  

Il testo della lettera 

 “Ill(ustrissi)mo Sig(nor)e
La Taglia che p(er) la preda di due Lupi vi chiede Giovacchino di Rescia Casale di M(ont)e Leone di Cascia, n(on) Jele deve affatto giac(c)hé n(on) solo n(on) son stati presi da Lui, ma sono stati in una villa di Leonessa Regno di Napoli presi da un tal Ludovico Labella della Vil(l)a Vindoli, onde p(er)ché non si com(m)etta tal frode resta V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissi)ma prevenuta da persona degna di Fede perquanto tale n(on) è il sunnominato Gioacchino di Rescia”.

L’Angelini aveva realmente tentato di frodare l’amministrazione pubblica o si trattava invece di ingiuste e false accuse dettate dall’invidia del suo anonimo detrattore? Forse non lo sapremo mai; di certo ci resta questo piccolo frammento di storia che apre un piccolo spiraglio, altrimenti dimenticato, sugli effetti della caccia ai lupi nell’altopiano del Corno agli inizi del XIX secolo.

 

 


ANNOTAZIONI

 

[1]  E’ il caso, ad esempio, per le nostre zone di Eufranio Chiaretti di Leonessa, che nel solo anno 1966 (ultimo della sua lunga “carriera”) ebbe a catturare due lupi, 45 volpi, 2 tassi e una decina tra martore e faine.

[2] Decreto per concedere de’ premj a chi ammazzi de’ lupi, n. 643, in «Bullettino delle Leggi del Regno di Napoli, anno 1810 da gennajo a tutto giugno», seconda edizione, Stamperia della segreteria di Stato, Napoli, 1812, pp. 406-407.

[3] Dias F., Quadro storico-politico degli atti di Governo ovvero legislazione positiva del Regno delle Due Sicilie dal 1806 a tutto il 1840, Tipografia di Matteo Vara, Napoli, 1840, pp. 982-983.

[4] La plausibile identificazione è stata possibile solo grazie all’aiuto e collaborazione di Marco Perelli, che qui ringrazio per aver messo a disposizione la sua ultradecennale competenza in materia di studio e ricostruzione delle fonti storico-genealogiche relative a Monteleone di Spoleto. Gioacchino era in realtà originario di Trivio, dove nacque intorno al 1757. Sposato a tal Orsola Rita, da cui ebbe diversi figli, passò il resto della sua vita a Rescia, ove morì nel 1845 all’età di 88 anni.

 


 

 

BIBLIOGRAFIA MINIMA ESSENZIALE:
Adriani S., Amici A., Sarego L., Catture e uccisioni di lupi nell’area dell’attuale Provincia di Rieti. Stato dell’arte con saggio di ampliamento da una indagine d’archivio in corso per il secolo XIX, collana di gestione delle risorse faunistiche n. 7, Osservatorio per lo Studio e la Gestione delle Risorse Faunistiche, Università della Tuscia di Viterbo, La Tipografica Artigiana, Cittaducale (RI), agosto 2009.
Adriani S., (a cura di), Caccia al lupo nel XIX secolo. Gestione della specie o opportunità economica?, in Scienze e Ricerche, supplemento al n. 10, 1 agosto 2015.
Boitani L., Dalla parte del lupo: la riscoperta scientifica e culturale del mitico predatore, Mondadori, 1988.
D’Andrea U., Notizie relative a catture ed uccisioni di lupi in provincia di Aquila tra gli anni 1810-1823 e 1877- 1924, Tipografia Abbazia di Casamari, Frosinone, 1976.
Di Stefano S., Della ragion pastorale over comento su la Pramatica LXXIX de officio Procuratoris Cæsaris, tomo primo, Domenico Roselli, Napoli, 1731.
Dorotea L., Della caccia e della pesca nel Caraceno: sommario zoologico, Stabilimento Tipografico di Federico Vitale, Napoli, 1862.
Palozzi M., I lupari di Leonessa, in «L’Altra Pagina, supplemento di attualità de Il Territorio», a. IV, n. 2, 1988.
Todaro G., Lupi & Briganti. La terribile lotta fra le autorità e i briganti, fra l’uomo e il lupo, lulu.com, ottobre 2011.
Zita A., Eufranio Chiaretti e i suoi lupi, in «Diana», a. LXV, n. 17, 15 settembre 1970.


 
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