Home arrow La Barrozza arrow Estate 2006 - anno XV n. 2 arrow Monteleone di Spoleto tra i IX e il XVI secolo - prima parte

IN EVIDENZA

 
Advertisement
Advertisement
Advertisement

MENU

Selezione Notizie da Web
---------------------------------------------
La Barrozza
I Quaderni di Ruscio
Cronache Moderne
---------------------------------------------
Archivio News
La Grande Guerra in Valnerina 1915 - 2015
La Miniera di Ruscio
Il campo di prigionia PG n. 117
Notiziario Parrocchiale
---------------------------------------------
Ruscio Solidale
---------------------------------------------
Area riservata
Segreteria Pro Ruscio
---------------------------------------------
Disclaimer
---------------------------------------------
Advertisement
Advertisement

Sondaggi

La piu' bella realizzazione della Pro Ruscio:
 
Le sezioni piu' interessanti del sito www.proruscio.it
 

Area Riservata






Password dimenticata?
Monteleone di Spoleto tra i IX e il XVI secolo - prima parte E-mail
La Barrozza - Estate 2006 - anno XV n. 2
Scritto da Valentina Di Sabatino   

Nello scorso numero de "La Barrozza" avevamo apprezzato l'interessante ricerca ed analisi sugli statuti municipali italiani, che ha formato l'oggetto della tesi di laurea della dottoressa Valentina Di Sabatino, basata sullo studio e pubblicazione integrale del codice manoscritto del XVI secolo degli statuti di Monteleone di Spoleto.
Valentina, con grande entusiasmo, ha raccolto il nostro invito a pubblicare alcuni stralci della sua tesi.
In questo numero, in una sorta di "inserto", iniziamo a pubblicare la prima parte del capitolo che presenta "La storia di Monteleone tra il IX e il XVI secolo".


Prima parte: dalle origini al 1300.

La storia di Monteleone di Spoleto, in provincia di Perugia, affonda le sue radici in epoche antichissime. La prima presenza umana nel territorio circostante Monteleone è attestata dal rinvenimento di molteplici utensili, statuette votive ed armi che risalgono a popolazioni proto-italiche e proto-romane. La zona di Monteleone  dipendeva, durante il periodo di dominazione romana, probabilmente, dal Municipium Interamna Nahartium che comprendeva  tutta la Valnerina.
Crollato l’Impero Romano, sorsero sul territorio paesi fortificati e castelli dove trovavano rifugio e scampo, dalle scorrerie di barbari e ivasori, i nativi ed i profughi delle città. I primi castelli del contado furono: Vetranula, Brufa, Astaquano, Pizzolo, Polvaria, Trogia. In seguito alle invasioni longobarde, presso la colonia di Trebula, sorse una curtis longobarda. Il territorio sabino  fu conquistato dal duca Ariulfo di Spoleto, fino al confine con il Ducato di Benevento. A partire dal 757 re Lotario II, per limitare il potere del duca Alboino, divise il ducato in gastaldati  e Monteleone venne sottomesso a quello di Equa-Ieranda, che comprendeva il territorio da Leonessa a Norcia. Presso questa curtis sorgeva (tra la “Bandita di Trivio” e il villaggio di Ruscio) una cella monastica  con un Oratorio intitolato a S.Maria, che costituisce l’abside della attuale chiesa di Santa Maria del Piano (o de Equo). Era la chiesa più antica della zona, forse costruita dai benedettini e sorgeva nelle vicinanze del fiume Corno, probabilmente, presso il castello di Equo (del quale non rimangono resti), da cui prese forse il nome il gastaldato longobardo. L’oratorio divenne poi Priorato Benedettino, dipendente dall’ Abbazia di S. Pietro in Valle presso Ferentillo; quindi Pieve di Santa Maria del Piano, o de Equa. Quando le popolazioni campestri si trasferirono ad abitare nei castelli in collina (XIII sec.), la Pieve rimase abbandonata come tante altre, nonostante al tempo dei Longobardi e fino al secolo XIII era al centro di una comunità agricola che venne organizzandosi sotto la guida dei Benedettini. Quando, nel secolo XIV, la giurisdizione del fonte battesimale fu trasferita nella Collegiata di San Nicolò, la Pieve fu utilizzata dai pochi coloni della valle nei giorni festivi . Il territorio dell’attuale Monteleone faceva parte della diocesi di Terni di cui, in una bolla del 856 di papa Benedetto III, troviamo espressi in questo modo i suoi confini: “PER TERRAM TIBERTI USQUE NURSIAM ET INDE USQUE CLAVANUM, ET INDE USQUE TERSONEM, ET INDE FURCA MELONIS” . Si parla anche di “ PLEBS FURCA MELONIS, ECCLESIA DE CONTRA CORNI” e per la pima volta ricorre la menzione della famiglia  dei Tiberti, per secoli signori del territorio di Monteleone. Ad opera del conte Attone o Arrone fu costruito il primo castello del territorio, cioè quello di Brufa, che venne eretto attorno alla chiesa di San Nicola dipendente dalla Collegiata di S.Gregorio Maggiore di Spoleto, il cui capitolo aveva il diritto di nominare il Prevosto-parroco . Arrone, esule dalla patria, andò ad abitare nella valle circondata dal fiume Nera, detta poi Valle Arrona o Attona e qui edificò il castello, a cui impose il nome di Arrone e divenne signore della Nerina o valle del Nar detta poi Narca, nella quale edificò il  soprannominato castello di Brufa.  I figli di Arrone si divisero il territorio: a Berardo toccarono Luco, Labro, Miranda, Melate, Buonacquisto ed altri castelli vicini; Giuseppe invece governò su Arrone, Stretture, Somma ed altri castelli  vicini; a Tiberto, infine, spettarono i castelli di Brufa, Rivostequano, Vetranula, Terzone, Torre, Croce, Fiscelli, Rocca del Corno, Collefaggio, Battiferro e altri. Questi castelli vennero distrutti e ricostruiti in parte in un unico edificio, quello del castello di Leonessa (i castelli erano: Corno, Torre, Vallonica e Ripa). Una svolta nella storia del territorio di Monteleone avvenne intorno al 1155, quando, dopo aver incendiato Spoleto, l’imperatore Federico Barbarossa, assoggettò alcune famiglie nobili della zona: i Tiberti, i Brunamonti, i Pianciano, gli Arroni, i Campiello e altri. Seguendo l’imperatore, essi divennero entusiasti capitani e vennero premiati con il riconoscimento dei propri feudi, in un diploma del 1159. Federico Barbarossa, mentre era nel Ticino all’assedio di Milano dopo la dieta di Roncaglia,  riconobbe il territorio di Terni ai fratelli Ottone, Goffredo e Solimano, conti di Tuscolo. In base a questa tradizione, i Tiberti ottennero il titolo di conti sotto gli Ottoni, e rimasero i feudatari del territorio, fino a quando, nel 1190, non si assoggettarono alla nobiltà spoletina. “Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, anno 1190 dall’Incarnazione, sotto l’impero di Federico, a mezzo novembre, ottava indizione in questo tempo, noi discendenti dei Tiberti […], per nostra spontanea volontà, in perpetuo rinunziammo, rimettemmo e concedemmo a voi Maggiorenti Consoli di Spoleto[…] e vostri soci e a tutti i vostri successori e a tutto il popolo spoletino: il pontinatico, passaggio, scorta per tutta la nostra terra e castelli gratuitamente, salvo che qualcuno senza alcun inganno non voglia liberamente elargire qualche prezzo. Se qualcuno dei vostri trovasse qualche ostacolo da parte di estranei sui nostri possessi, noi prenderemo le vostre difese senza nessuna subdola intenzione. Se poi sarà uno dei nostri a opporsi al libero vostro passaggio, noi prenderemo la vostra difesa e ci adopreremo perché il torto venga emendato. Se poi accadesse che l’opposizione fosse autorizzata dalle nostre comunità e non avremmo riparato il torto, ci impegniamo noi e i nostri successori, verso di voi e vostri successori, a vostro arbitrio di pagarne la multa di 100 marchi d’argento di attribuirsi metà alla camera imperiale e metà al popolo di Spoleto. Tutto questo per noi e i nostri eredi sotto la medesima pena abbiamo giurato sui Santi Evangelici di mantenerlo saldo e faremo rinnovare i nostri figli quando saranno maggiorenni il medesimo giuramento a richiesta vostra e dei vostri successori nel consolato della città di Spoleto.[…]” .Nell’atto appena riportato non si nomina naturalmente il Papa perché Spoleto, dopo la riconciliazione con Federico Barbarossa, non riconosceva altro potere oltre a quello dell’imperatore. Spoleto non si accontentò della franchigia ottenuta da Monteleone, infatti approfittava di ogni sede vacante e di alternanza tra Impero e Chiesa, per affermare il pieno dominio sui castelli della Valnerina, esigendo il fodrum di sudditanza e non consentendo, tra l’altro, ai Tiberti, di rivendicare i possessi dei loro vecchi feudi di Arrone e di Ferentillo. Agli inizi del XII secolo la città di Spoleto sentì il bisogno di un’autonomia comunale e si avviò alla formazione di un dominio territoriale, il districtus, del quale faceva parte anche Monteleone . Nel 1198 il ducato di Spoleto passò nuovamente sotto il dominio pontificio per rinunzia del duca imperiale Corrado di Urlingen. Il Papa Innocenzo III, nel tentativo di riprendersi i territori appartenuti alla Chiesa, occupò con la forza il territorio. Del XII secolo è la  costruzione del nucleo primitivo del convento di San Francesco, la costruzione più grande, monumentale e ricca di Monteleone.
In principio era un oratorio benedettino, poi ingrandito dai Francescani. Il titolo della chiesa fu sempre “Santa Maria”, ma venne chiamata anche San Francesco perché officiata dai frati  francescani.  Il  Rodolphus sostiene che il convento fu fondato nel 1282 sotto il pontificato di Martino IV , mentre Jacobilli data la fondazione del convento nel 1285, sempre sotto il pontificato di Martino IV ; ovviamente, questo scarto di date non deve trarre in inganno,  in quanto le fabbriche dei conventi duravano nel tempo. Già nel 1280 Papa Nicolò III inviò una lettera al padre Guardiano di Monteleone per incaricarlo di inquisire su alcuni delitti; nella lettera si parlava del “Tugurio” come sede dell’ordine francescano nel territorio. Quindi, se non il convento, almeno  la sede primitiva dell’ordine  doveva essere stata costruita dai francescani, che inizialmente si appoggiarono alla più antica chiesa benedettina di Santa Maria. Spoleto, sotto la reggenza del Cardinale Crescenzi di Santa Maria in Aquiro, occupò i castelli della Valnerina fino alla terra dei Tiberti. Nel 1228, il Duca Giovanni di Brienne (re di Gerusalemme e suocero di Federico II) sottomise i castelli montani. Nel momento in cui le sorti di Federico II si risollevarono, Spoleto sobillò Corrado di Urslingen, spingendolo a riconquistare i castelli. Corrado scese nel territorio e utilizzò, per le campagne di conquista, le truppe saracene che incendiarono e distrussero il castello di Brufa. Con la pace di San Germano del 1230 il territorio tornò nuovamente sotto il domino della Chiesa. Nel 1239, Spoleto si espanse e fece dei Tiberti dei comunales. Nel documento di cessione del castello di Pizzolo, i Tiberti promisero un fodrum di 26 denari per focolare, un cero all’Assunta e infine di fornire un uomo ogni tre focolari, tutte le volte Spoleto scendeva  in guerra. “Nel nome di Dio, Rainuccio di Pienezza, sindaco procuratore del castello di Pizzolo, promise a messer Andrea di Palmiero podestà di Spoleto, e a Jannuccio di Gavelli sindaco-procuratore particolarmentedelegati accertanti a nome del comune di Spoleto, il pagamento del fodrum di 26 dinari lucchesi per ogni focolari presente e futuro nella festa di Santa Maria Assunta. Promise di far guerra o pace con quelli per cui sarà ordinato dal comune, eccetto la S. Romana Chiesa e i signori del luogo. Promise di difendere e mantenere gli uomini, i beni e diritti che il comune ha nel castello; di non essigere da alcun cittadino spoletino colletta o dativa; di ricevere, scaduto il tempo della podestaria di Piero di Annibaldo, il podestà che sarà eletto nel consiglio spoletino come i Cerretani e gli altri castelli che lo ricevono dal popolo di Spoleto offrendogli il un competente salario. Promise di far costruire nel castello di Pizzolo una casa per comodità del detto podesta, di proprietà del comune di Spoleto,  nel luogo che piacerà al podestà eccetto presso le abitazioni […]. Promise il giuramento fatto dagli uomini di Pizzolo ogni anno davanti ai consoli del castello, lo faranno anche in ossequio agli ordini del podestà di Spoleto pro tempore. Promise di pagare per questo anno per il condotto del Cortaccione nella festa di Santa Maria di Agosto 25 libre lucchesi.[…] Ed il sindaco di Spoleto Iannuccio promise a Rainuccio per conto del castello di Pizzolo, di aiutare, mantenere, difendere gli abitanti e i loro beni secondo le sue possibilità, da qualunque uomo, università, comunità nemica, salvo che sia la Chiesa Roman, il signore della contrada, i discendenti del fu messer Egidio Massei […]. Ma non riceveranno a difesa degli uomini di Pollino senza il permesso del loro signore.[…] questo si promisero a vicenda i sindaci e si impegnarono ad osservarlo sotto pena di 1000 libre di dinari lucchesi.[…]  L’anno del Signore 1239 al tempo del Papa Gregorio IX e dell’imperatore Federico II a dì martedì 8 maggio, XII indizione. […]”  Dal canto suo Spoleto si impegnava a proteggere beni e  le persone del territorio. Nel 1240, Federico II sottomise Spoleto, diede alla città piena libertà e riconobbe al comune il dominio su tutti i castelli della Valnerina, tra cui “Castrum Pizzole” cioè Pizzolo; lo stesso fece il Cardinal Ranieri Capocci, rettore nel 1247, quando la città ritornò sotto il dominio pontificio.
Nel 1264, nella valle del fiume Nera, arrivarono le truppe saracene e tedesche di Manfredi che conquistarono Cascia. Nel contempo Spoleto cercava di difendere e consolidare il suo dominio sul territorio di confine, restaurò le antiche tradizioni con i Tiberti che accorsero in aiuto cedendo i loro poggi e i monti di Brufa e Pizzolo; si sottomisero a Spoleto, dando denaro e impegnandosi a non fare statuti autonomi e richiedere privilegi. Nel 1265, in seguito agli sforzi congiunti di Spoleto e dei Tiberti, sorse il castello di Monteleone di Spoleto, nato dall’unione delle rocche circostanti: quelle di Vetrantula, Pizzolo e Brufa, che si sottomisero a Spoleto. Il comune dette procura al sindaco Berardo di Berardo Baroni di ricevere, a nome di Spoleto, quei castelli in possesso giuridico, consentendo ai cittadini di viverci come comunali. La presa di possesso del castello avvenne nel settembre del 1266, quando Ser Corrado da Bologna, vicario del Podestà di Spoleto (ser Comacio dei Galluzzi), ed il console della stessa città (Simone Filippo Bonfante), a nome del comune, concessero al procuratore dei Tiberti (Nicola di Gerardo) di costruire il castello di Monteleone, in onore e a servizio reso al comune di Spoleto, sul poggio dove era sito, in precedenza, il castello di Brufa. Si può sostenere che questo fu l’atto di fondazione di Monteleone e l’inizio della serie dei podestà castellani imposti da Spoleto, che divenne anche la sede del tribunale d’appello al quale si dovevano obbligatoriamente rivolgere i cittadini del territorio assoggettato.“ Nel nome del signore amen. L’anno della sua natività 1265, al tempo di Clemente Papa quarto, a dì 11 novembre, indizione ottava in questo tempo, io Petrucciolo di Messer Roberto dei Tiberti ed ora nel castello di Vetranula, sindaco, procuratore e attore per le cose sotto indicate per particolare mandato dell’università e uomini della terra dei Tiberti di Vetranula e di Monteleone, che una volta era denominato Brufa, degli uomini di Astaquano e di tutti i nobili ella medesima terra dei Tiberti […]donai il poggio, il castello, il monte di Vetranula, il poggio, il castello e il monte di Monteleone che un tempo si chiamava Brufa il poggio, il castello, il monte di Pizzolo, il poggio, il castello, il monte di Polvaria, il poggio, il castello, il monte di Trogia e tutti gli altri poggi e monti in cui potessero essere costruiti altri castelli, altre rocche e che appartennero alla Terra dei Tiberti, tutti luoghi coi loro castelli e le loro fortezze anche da costruirsi che passano in possesso a beneplacito del Comune doi Spoleto.[…]” . Il documento della concessione continua con gli obblighi dei Monteleonesi dei confronti della città dominante.  Essi dovevano accettare la piena giurisdizione di Spoleto sulle cose e sugli uomini, dovevano impegnarsi ad abitare nei castelli e nei luoghi fortificati senza abbandonarne la residenza, avevano l’obbligo di  tenere le fortificazioni agli ordini del Comune e del Podestà, dovevano entrare in guerra  o fare la pace ad arbitrio di Spoleto, quindi avere per amici  gli amici di Spoleto e i suoi nemici per nemici, avevano l’obbligo di accettare ogni anno il Podestà scelto da Spoleto pagandogli uno stipendio di 60 libre,  erano tenuti  a  pagare a Spoleto metà del focatico che era stabilito in 26 denari a fuoco o a casa fumante. Per quanto riguardava  le dative (i dazi) e le collette (tasse sui terreni), Spoleto consentiva che si seguitasse a pagarle ai nobili Tiberti secondo il consueto dovere di vassallaggio. Infine, i Monteleonesi,  erano tenuti ad  offrire, in segno di sudditanza, come tutti i castelli soggetti, nel giorno della festa patrona di Spoleto, un ricco pallio del valore di sei libre. (…) Nel periodo della sede vacante (1268), Monteleone fu attaccata da una compagnia proveniente da Cascia e si affidò alle truppe di Spoleto che arrivarono in aiuto, sotto il comando del podestà Orso Orsini. Dopo un sanguinoso scontro, si arrivò, nel giugno 1269, ad una tregua che, per quattro anni permetteva ai Casciani, Spoletini e Monteleonesi di transitare liberamente nei reciproci territori senza pericoli, rispettando ciascuna comunità i beni degli altri come propri . Monteleone tornò così, dopo un breve periodo di autonomia, sotto il dominio di Spoleto. Nel febbraio del 1271 i castellani elessero loro Rettore o podestà Bernardino di Pianezza, dandogli piena facoltà di trattare tutti gli affari con Spoleto. Gli anni successivi furono funestati da lotte interne tra i feudatari per la mancata successione ai feudi. Usigni, località vicino Monteleone, venne data in dote a donna Monaldesca fatta, sposare a uno spoletino , facilitando la cessione del territorio con i ruderi del vecchio castello, a Spoleto che si premurò anche di ricostruire il castello. Nel 1294, in base ad un precedente atto, Spoleto richiese ai Monteleonesi di rinnovare la loro sottomissione ed il procuratore  “ Anastasius Ofreducii ratificat et confirmat dationes, concessiones, promissiones conventiones et pacta olim factas et promissa per Petrucciolum Tiberti” . L’occasione di queste rinnovate promesse, secondo il Sansi , fu data dalla richiesta da parte del capitano generale di Montagna, Ubertello di Fabriano, di pagare il focatico alla camera del Rettore del Ducato messer Riccardo Annibaldi. Monteleone fu perciò citato a comparire, il 29 maggio 1294, davanti al giudice e capitano. Monteleone inviò il suo procuratore, il quale dimostrò che, essendo stato il castello edificato da Spoleto, era stato pagato il fodrum al Comune e non era tenuto al tributo presso il Rettore. Per corroborare tali ragioni ed anche per ribadire la supremazia sul territorio, Spoleto richiese la conferma della sottomissione. In seguito Monteleone tentò più volte di liberarsi dalla signoria di Spoleto, occupando il castello si Vetranula, un tempo soggetto a quello di Brufa, il cui erede era Monteleone. Nel 1294, quindi, i Monteleonesi occuparono il castello di Vetranola (o Vetralla), provocando l’ira di Spoleto, che però si mantenne neutrale. Il castello, così come sostiene la rubrica XXX degli Statuti di Spoleto del 1296, fu ricostruito: “[…] si aggiunga a questo capitolo che il podestà debbia vigilare sui lavori della torre di Vetralla e Acquafranca siano eseguiti in base al contratto con il comune di Spoleto, in caso di inadempienza alle clausole condanni le maestranze alla penalità prevista dallo strumento. […]. Avrà cura poi il podestà che vengano murate tutte le porte, finestre, fessure del castello di Vetralla e delle mura castellane, meno le due porte consentite nella riforma del medesimo castello, in modo che non abbia il castello altre entrate se non quelle due […]” . Ma nel 1299, Monteleone si ribellò di nuovo e fu costretta il 9 giugno a rinnovare il giuramento. Il comune di Spoleto, nell’ottobre dello stesso anno emise una sentenza nei confronti di Monteleone riguardo gli eventi dell’assedio di Vetranola. “ Nel nome del Signore amen. […]Poiché l’università, gli uomini, il consiglio di Monteleone hanno commesso eccessi nel mese di settembre testè trascorso per essere andati ostilmente a vessilli spiegati e strepito di trombe contro il castello di Vetralla della giurisdizione e distretto di Spoleto, espugnando il detto castello con l’intento di distruggerlo, uccidendo, nell’espugnazione di esso, i sergenti del castello[…] imprigionando vari uomini depredando bestiame tra cui buoi e pecore, e tenendo prigionieri nelle carceri detti uomini a disonore della Chiesa Romana[…]. L’anno 1299, indizione XII, a dì 6 ottobre, del pontificato di Bonifacio Papa VIII l’anno quinto” .

 
< Prec.   Pros. >