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Memorie di una vita al confino. Si chiamava Angelo Besana PDF Stampa E-mail
La Barrozza - Primavera 2018 - anno XXVII n.1
Scritto da Eleonora Pugliese   

 

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Nel mese di dicembre si è concluso l’anno di Servizio Civile Nazionale per i ragazzi delle Pro Loco di Ruscio e Trivio. Un anno di ricerche finalizzate alla realizzazione di una raccolta di memorie storiche sul fenomeno dell’internamento libero nella regione Umbria, strumento utilizzato sin dagli anni ’20 che ebbe la sua massima diffusione durante gli anni del regime Fascista in Italia.

 L’internamento venne utilizzato come strumento di repressione e controllo politico da parte del regime, e prevedeva l’assegnazione ad una colonia di confino per tutte quelle persone ritenute “pericolose”.

Tali colonie erano solitamente rappresentate dalle isole e da luoghi sperduti del centro e sud Italia. L’Umbria, in particolare il territorio della Valnerina, per via del suo territorio montuoso e per la lontananza dalle principali vie di comunicazione, fu destinazione di numerose sentenze di confino.

Il regime di internamento, a cui molti stranieri e oppositori politici furono sottoposti, prevedeva due forme di confino: quello nei campi di concentramento, e quello libero. Il comune di Monteleone di Spoleto fu toccato da entrambe le soluzioni. Presso l’allora funzionante miniera di Lignite sita in Ruscio, fu allestito a partire dal marzo 1943 un campo di lavoro per internati civili; mentre in riferimento all’interno libero, dai dati reperiti negli archivi storici risultano transitati nel nostro comune dal 1941 al 1944 almeno 25 confinati.

L’obiettivo della ricerca è stato quello di analizzare le singole storie di tutti quei personaggi arrivati coattivamente nel nostro territorio, al fine di conoscerne le vicende personali. Persone che hanno vissuto nelle case dei nostri compaesani, condividendo con essi una parte della propria vita.

A conclusione della nostra ricerca abbiamo piacere di raccontarvi alcune delle tante storie scoperte, cominciando dal primo nome rintracciato all’interno dell’archivio comunale di Monteleone di Spoleto…

Il suo nome è Besana Angelo.

 

 

Foto segnaletica di Angelo Besana (Archivio Centrale dello Stato – Casellario Politico Centrale)

      

Angelo nasce a Sampierdarena il 29 marzo 1902, risiede a Genova dove svolge il mestiere di verniciatore. Protagonista di diversi precedenti penali che gli costano una continua entrata ed uscita dalle carceri, viene denunciato ufficialmente al Tribunale Speciale nel 1927 per organizzazione giovanile comunista contro i poteri dello Stato, per essere successivamente prosciolto per insufficienza di prove nell' Agosto del 1928.

Diviene ammonito politico dal 14 gennaio 1929, ed iscritto alla Rubrica di Frontiera come “Pericoloso” di categoria II e III, da arrestare in caso di guerra.
Con l'entrata dell'Italia nel conflitto Mondiale viene fermato il 14 giugno 1940 e condotto, il 24 del mese successivo, nel Campo di Concentramento di Manfredonia dove rimarrà fino al dicembre del 1941.

 

 

 

  All'interno del Campo, Besana, si mostra poco disciplinato e frequenta i sovversivi più in vista del Campo stesso, questo gli costerà un trasferimento punitivo che lo farà giungere in data 12 dicembre 1941 nel Comune di Monteleone di Spoleto dove vi rimarrà fino alla sua morte, avvenuta il 3 ottobre del 1943.

Nella biografia del Casellario Politico Centrale, Besana viene descritto come una persona dal carattere impulsivo e turbolento, con scarsa educazione morale, di mediocre istruzione ma di sveglia intelligenza.

Vive dei proventi del suo lavoro, ma è dedito sopra tutto all'ozio, frequenta pregiudicati ed elementi sospetti in linea politica, non a caso professa principi Comunisti ed è sospettato di esercitare oculata azione ai danni del Regime e delle istituzioni.

Nonostante ciò, data la sua limitata cultura, non è ritenuto capace di collaborare con giornali sovversivi, ma è da ritenersi individuo pericoloso perchè capace di svolgere propaganda politica e di associarsi con altri elementi. A partire dalla sua iscrizione nel registro degli “Ammoniti Politici”, Besana viene costantemente monitorato e spesso fermato per misure precauzionali dalla Polizia Politica in occasione di festeggiamenti ed eventi.


Nel 1933 nei consueti rapporti di monitoraggio presentati al Ministero dell'Interno dalla Prefettura di Genova, dove Besana risiede, si viene ad evidenziare un allontanamento dalla città per ignota destinazione, le indagini condotte non porteranno a nessun risultato fin quando non  verrà rintracciata una missiva diretta ai genitori nel quale il ricercato chiede gli venissero inviati gli attrezzi del mestiere presso un preciso indirizzo della città di Lione, da questo momento  verrà iscritto nella Rubrica di Frontiera come ricercato “pericoloso” di categoria II e III. 

Un anno dopo, nel dicembre 1934 Besana, proveniente da Lione, viene fermato alla frontiera di Bardonecchia e condotto a Genova dove verrà arrestato e denunciato per “espatrio clandestino” per essere successivamente rilasciato previa diffida. Nei verbali dell'interrogatorio al quale fu sottoposto al suo rientro in Italia, si evince che Besana espatriò clandestinamente nel dicembre del 1933, nascondendosi nella stiva di un piroscafo da carico spagnolo, perché da mesi sprovvisto di lavoro.

Sbarcò ad Almeria in Spagna, spostandosi successivamente a Barcellona. Dopo due o tre giorni di soggiorno a Barcellona, Besana si diresse insieme al compagno a Lione, dove entrambi furono ospitati dal fratello di quest'ultimo. Dopo circa quindici giorni, Besana si trasferì ad Amberieuse, dove si fermò circa tre mesi, lavorando da verniciatore e soggiornando presso un hotel del luogo. Successivamente fece ritorno a Lione, dove si fermò fino alla data di rientro in Italia. Giunto nuovamente nella città francese, si appoggiò in una cascina della periferia Lionese e lavorò clandestinamente in modo saltuario. Stanco dello sfruttamento al quale dovette sottostare da parte di impresari Francesi e Italiani, che si professavano socialisti ma che non si tiravano indietro nell' approfittare del lavoro del clandestino, mal pagandolo, Besana si recò dal Console pregando di essere rimpatriato a proprie spese. 
Durante il periodo di permanenza negò di essersi occupato di politica, ma anzi di essersi ravveduto circa i suoi principi socialisti finora professati, avendo imparato a sue spese che si trattasse di idee utopiche. Una volta rimesso in libertà Besana, ancora monitorato, girerà varie città d'Italia per motivi lavorativi, mantenendo sempre buona condotta politica. La sua libertà terminerà definitivamente con l'entrata in guerra dell'Italia, nel 1940 verrà arrestato in quanto ritenuto “pericoloso” per il Regime, e condotto nel Campo di Concentramento di Manfredonia in Puglia.
Trasferito in seguito alla sua condotta, arriverà come internato libero a Monteleone di Spoleto nel dicembre 1941, il provvedimento d'internamento verrà revocato nel settembre 1943. Dal comune umbro, Besana fa ritorno a Genova ma qui a seguito di un bombardamento aereo la sua casa verrà distrutta, perciò l'uomo tornerà nuovamente nel comune di Monteleone di Spoleto in qualità di sfollato, qui vi rimarrà da uomo libero per un solo mese, dopo di che per lui sopraggiungerà la morte.

Riguardo la morte di Besana, veniamo a conoscenza da una citazione del partigiano Sante Giovannetti, che egli morì precipitando da un muro, nel tentativo di raggiungere il comando partigiano nella zona di Colle del Capitano, al fine di avvertirli della rappresaglia tedesca in atto, che vide vittima un giovane pastore Monteleonese.

La data è da individuare nel mese dell’ottobre 1943, nel certificato di morte prodotto dal comune di Monteleone di Spoleto si fa menzione al giorno 3 del mese, mentre nei racconti partigiani si individua come data di morte del Besana, il giorno della rappresaglia, avvenuta in data 31 ottobre.

 

 

 

Nella descrizione di Giovannetti, Besana viene soprannominato “il genovese”, e descritto quale compagno partigiano, attivo nella lotta di liberazione della zona. Questo ci porta ad ipotizzare una dissimulata strategia del Besana, che nonostante il provvedimento di confino, riuscì ad associarsi alla lotta partigiana locale, rimanendo ligio ai suoi principi anti-regime.
L’azione occulta di Besana, dimostra chiaramente il fallimento dell’internamento libero come misura preventiva e di controllo, non sufficiente ad arginare i fenomeni sovversivi.

Inoltre, particolare curiosità nasce dal confronto dei dati archivistici, soprattutto quelli del Casellario Politico Centrale, in cui lo stato civile di Besana è indicato come celibe, mentre in diversi documenti rintracciati nell’archivio di Stato di Perugia, si fa riferimento a dei sussidi e dei permessi concessi all’uomo e a sua moglie, Martinelli Angela, residente insieme a Besana nel comune di Monteleone di Spoleto.

Nell’analizzare la storia del Besana, come già detto precedentemente recluso nel campo di concentramento di Manfredonia a Foggia, abbiamo trovato una similitudine nell’organizzazione di tale campo e in quella del campo di prigionia n.117 di Ruscio. 

 

 

 Il campo di concentramento di Manfredonia, in una foto recente (tratta da http://www.mondimedievali.net/microstorie/campiconcentramento.htm)

 

Il campo foggiano, leggermente più ampio di quello umbro, era un macello di proprietà comunale che disponeva di venti ambienti in cui potevano essere ospitati fino a 300 internati. Il campo di concentramento di Manfredonia, tra edifici e viali interni, occupava una superficie di 4.300 mtq e disponeva di un’area circostante delimitata in cui gli internati si intrattenevano durante le ore di libera uscita. Su tre lati dell’area delimitata vi erano degli orti curati dagli internati per la coltivazione del necessario al loro fabbisogno, mentre sul quarto lato vi era un campo da bocce. Lo stabilimento detentivo, oltre ai locali della direzione e dell’amministrazione era dotato di undici cameroni, quattro mense con annesse cucine ognuna delle quali poteva far mangiare 80 persone in una sola volta, l’infermeria, la cappella, le docce e i servizi igienici. Dalla sua istituzione, transitarono nel campo più di 519 internati.

 

 


 

 

Bibliografia:

Archivio Centrale dello Stato – Casellario Politico Centrale.
Archivio Comunale di Monteleone di Spoleto – Atti amministrativi – cat. 15.
Archivio di Stato di Perugia – Prefettura di Perugia – I serie b. 608.
Dal Pont Adriano, Carolini Simonetta, L’Italia al confino: le ordinanze emesse dalle commissioni provinciali dal novembre del 1926 al luglio del 1943, Milano, La Pietra 1983.
Giovannetti Sante “Marenna”, Eventi e fatti avvenuti dopo l’8 settembre a Monteleone di Spoleto – in Martocchia 2014
Iazzetti V. , Campo di concentramento di Manfredonia (1940-1943), in La Capitanata , 1984.
Martocchia Andrea, Il territorio libero di Norcia e Cascia a 70 anni dalla proclamazione, Atti della Tavola Rotonda tenuta a Norcia nel 1975, Odradek Edizioni, 2014.
Martocchia A. , Il più giovane dei partigiani, per i novant’anni di Santino Giovannetti “Marenna”, La Barrozza – Natale 2016 – anno XXV n.2
Nardelli Dino Renato , Il campo di prigionia di Ruscio n. 117: un caso di sfruttamento del lavoro obbligatorio in tempo di guerra, 1942 – 1943, Associazione Pro Ruscio, IX Quaderno di Ruscio, 2013.
Spartaco Capogreco Carlo, I campi del Duce: l’internamento civile nell’Italia fascista, 1940 – 1943, Einaudi, 2004.
UNPLI Umbria, La Carta Vincente: dalla negazione dei diritti dell’uomo alla Carta Costituzionale, SNC 2017

 
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