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Tre giovani Monteleonesi trucidati dai Francesi nel 1799 PDF Stampa E-mail
La Barrozza - Natale 2016 - anno XXV n. 2
Scritto da Alberto Vannozzi   

Attraverso il ricorso a un fatto storico ormai dimenticato, vorrei raccontarvi dell'amore che alcuni giovani monteleonesi ebbero per la propria terra e per la quale immolarono la vita.

Nella località S. Lucia vi era una difesa in parte naturale legata ad una costruzione medievale che munita di torre che per la sua imponenza nel 1799 spaventò anche i Francesi che volevano occupare e depredare il vicino castello di Monteleone. [...

Don Ansano Fabbi, descrisse così l'episodio:] “Il 19 febbraio (come nota il Registro dei Morti, p. 196 di carattere di Don Agostino Poli) Filippo Dolci del Trivio di anni 30; Luigi Belli da Ruscio di anni 24; Benedetto Mercante di anni 28 furono uccisi dai Francesi per aver tentato resistenza ed aver avvertito con spari l'arrivo della truppa. I tre giovani furono trovati a pezzi e ridotti a mostri lungo la strada. Il loro ardimento e la posizione strategica impressionarono il comandante, che non volle tentare l'assedio, ma si accampò nei prati di S. Lucia.

Il castello per le angherie e per la fame era ridotto alla disperazione e molti erano disposti a resistere col rischio della vita. Il comandante inviò un messo per venire a patti, assicurando che avute delle vettovaglie avrebbe proseguita la marcia per Arrone. Ma aperte ai Francesi le porte, essi non mantennero del tutto la parola commettendo angherie e qualche saccheggio, sebbene rimanessero guardinghi.

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Copia dell'ex voto trafugato di Alessandro Moretti 1799, dipinto eseguito da Maria Perleonardi.

Poi proseguirono per la Valnerina, appiccando l'incendio ad Arrone. L'odio con questi «Deo summopere adibiles et Sanctae Romanae Ecclesiae perversores ac bonis hac minibus invisos» era al colmo. I tre giovani, come eroi furono piamente sepolti a S. Nicola solo il Belli a S. Francesco.”

In seguito a mie successive ricerche ho potuto appurare che oltre ai predetti giovani di guardia alla torre di vedetta, ve ne era un quarto (finora ignoto) che rispondeva al nome di Alessandro Moretti.
Questi scampò all’eccidio ponendosi, volente o meno, da intermediario fra la truppa straniera e la municipalità locale. Ne forniva prova un dipinto posto su una delle tante tavolette lignee devozionali, originariamente collocate a S. Maria della Cerqua e poi raccolta con altre nella sacrestia di S. Francesco dal parroco Don Angelo Corona, con l'intento di porle in un luogo più sicuro e sottrarle a possibili furti.

Purtroppo così non fu, sparì in una delle diverse rapine commesse a danno del patrimonio storico-artistico, all'interno dell'antico complesso monastico. Ma la notizia non andò del tutto perduta per una singolare casualità.

Alla fine degli anni '60, infatti, grazie al merito pittorico di una nostra compaesana il dipinto fu riprodotto per farne omaggio a un parente, diretto discendente di quel citato Moretti.
[Per lungo tempo la scena fu attribuita ad una ricostruzione del famoso episodio degli “strascinati”; dopo anni ebbi l'occasione di fotografare l'opera.]

Capii subito che i personaggi raffigurati presentavano un abbigliamento ascrivibile a tutt'altra epoca, non certo al medioevo e, girando il cartoncino si svelò in pieno tutto l'arcano, in altre parole di trovarmi davanti a una copia popolaresca dell'ex voto dipinto dell'unico scampato alla fucilazione dei Francesi del 1799 e far conoscere, purtroppo con un ringraziamento postumo, l'opera di Maria Perleonardi, la quale senza saperlo ha salvato un pezzo di storia di Monteleone e suo cugino, Alessandro Moretti.

Termino citando una scritta profeticamente posta dalla nostra pittrice nel retro del dipinto riprodotto, dove si legge: "Per i posteri anche se non capolavori è storia locale". Grazie Maria!

Versione breve dell’articolo omonimo, già pubblicato in Leonessa e il suo Santo, a. LII, n. 304, gennaio-febbraio 2016, pp.15-17.

 
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