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Monteleone di Spoleto: ricerche archeologiche a Forma Cavaliera
La Barrozza - Natale 1999 - anno VIII n.3
Scritto da Liliana Costamagna   

Abbiamo il piacere e l’onore di pubblicare un articolo inviatoci dalla Dottoressa Liliana COSTAMAGNA della Sovrintendenza archeologica dell’Umbria che su richiesta del nostro socio Isidoro PERONI, ha voluto illustrarci le ultime ricerche archeologiche nella zona di Monteleone di Spoleto.


MONTELEONE DI SPOLETO: RICERCHE ARCHEOLOGICHE A FORMA CAVALIERA

Nel comprensorio appenninico di Monteleone di Spoleto l’uso del territorio dall’età arcaica fino alla romanizzazione è segnato da una fitta rete di presenza che rivelano l’importanza dell’area. Si tratta di piccoli nuclei abitati sorti in diretta connessione con le limitate risorse agricole ma che mostrano anche la loro correlazione con i castellieri, più direttamente connessi alle esigenze della pastorizia. Numerose sono poi le presenze di tipo culturale, con santuari che sorgono nei punti nodali per il controllo del territorio e la gestione dell’economia della pastorizia.

Vennero individuate come luoghi sacri le alture principali, quelle che offrono le più ampie visuali sul territorio circostante e le sorgenti poste lungo i percorsi seguiti dai greggi. In tal modo furono posti sotto la protezione divina i movimenti dei pastori con il loro bestiame nella ricerca dei pascoli, nonché il controllo dei flussi commerciali, verosimilmente finalizzato all’esazione di dazi.

A Forma Cavaliera, proprio in relazione ad una di queste sorgenti, oggi esaurita ma della quale resta ancora il ricordo, si sviluppò a partire dal VII sec. a.C. un santuario, disposto su un pendio prospiciente il fosso Vorga, lungo un percorso che da nord si dirigeva verso la Piana di Leonessa. Il sito venne individuato negli anni Ottanta, quando lavori  di aratura profonda per la coltivazione agricola portarono in luce reperti che furono raccolti dal Sig. Secondo Olivieri di Monteleone. Si tratta di bronzetti schematici, anche del tipo più antico a lamina ritagliata, frammenti di dischi decorativi e vasellame miniaturistico in bronzo (un’ansa di situla e un sostegno di tripode), vaghi ornamentali e frammenti di balsamari in pasta vitrea. Si sono inoltre rinvenuti vari frammenti di metallo grezzo, bronzo (aes rude) e ferro, usati con funzione promonetale ed alcune monete romane di età repubblicana.

 

Ritrovamenti esposti presso il Museo Archeologico di Spoleto (PG)

Il momento iniziale della frequentazione del santuario sembra risalire al VII secolo a giudicare dal rinvenimento di una fibula in bronzo a navicella con apofisi laterali.

La frequentazione più antica è documentata da frammenti ceramici di impasto buccheroide nerastro e da numerosi frammenti di grandi olle stamnoidi globulari con anse oblique, impostate nel punto di massima espansione. Queste ultime rappresentano, insieme ai prodotti ad impasto, la produzione ceramica più caratteristica in quest’area nel VI e V sec. a.C. e sono realizzate in una caratteristica argilla depurata, con forte aggiunta di minuti inclusi calcarei bianchi e recante spesso tracce di ingobbio rossastro in superficie. La produzione ad impasto, attestata solo in termini percentualmente ridotti (ma occorre tener conto che la raccolta dei frammenti è avvenuta in maniera selettiva e non sistematica), consiste soprattutto nelle consuete olle, prive di anse e con orlo estroflesso.
Si segnala tuttavia la presenza di un frammento di fondo pertinenti a un colino (forse per produzioni casearie) con fori disposti irregolarmente, eseguiti prima della cottura. La presenza di numerose olle acrome può essere collegata alla sorgente ma suggerisce anche la possibilità che parte delle offerte votive consistesse in derrate alimentari.

Nel IV e III sec. la ceramica a vernice nera ricorre con maggiore frequenza: sono documentate le produzioni etrusche sovradipinte con motivi vegetali semplificati e numerose coppe di produzione romana e laziale.
Il rinvenimento di un utero votivo in terracotta rappresenta un preciso segnale della avvenuta romanizzazione della Sabina intera e del proseguire del culto nel santuario nonostante il mutato quadro di riferimento politico.

Nel 1998 la Soprintendenza Archeologica dell’Umbria ha avviato una ricerca sistematica nell’area del santuario, finalizzata a comprendere l’espansione dell’area archeologica e lo stato di conservazione del contesto.

foto Archeoambiente

A tale scopo è stata aperta una trincea di carattere esplorativo lunga circa 23 m. e larga 2 m., disposta secondo l’andamento del pendio e ubicata nell’area dove maggiore era l’attestazione dei materiali di superficie.

foto Archeoambiente

Lo scavo ha evidenziato il persistere di una stratigrafia non disturbata pertinente alle strutture del santuario, conservata sotto oltre 50 cm di terreno completamente alterato da riporti e movimenti terra. Il contesto messo in luce è preromano e cronologicamente può essere riferito al VI - V sec.a.C.. Il complesso in origine doveva essere articolato su terrazze digradanti, sostenute da strutture di contenimento realizzate in pietrame appena sbozzato, messo in opera a secco. Attraverso l’osservazione dell’andamento del pendio si intuisce la presenza di una di queste strutture di contenimento alcuni metri più a valle del limite inferiore della trincea. E’ probabile che essa rappresenti il limite del santuario verso il Fosso Vorga, tenuto conto dell’improvviso ridursi della documentazione di superficie nel settore immediatamente sottostante. Lo scavo è stato preceduto da una ricognizione dell’area con raccolta sistematica dei materiali di superficie, finalizzata alla acquisizione e definizione su base statistica delle informazioni che era possibile desumere circa l’estensione del santuario e la dispersione delle stipi votive intaccate.
Da questa raccolta provengono alcuni reperti di grande interesse. Meritanodi essere ricordati alcuni bronzetti che per tipo e dimensioni, pur rientrando nella produzione schematica di area umbra meridionale, si distinguono dalle attestazioni più correnti e trovano confronto soprattutto nei materiali dalle stipi del santuario di Ancarano, presso Norcia, scavate nell’ottocento da Guardabassi.

Un bronzetto di Marte in assalto, alto cm. 12,5, è rappresentato secondo il consueto schema iconografico con il grande cimiero e in atto di scagliare la lancia, non conservata: un secondo esemplare analogo è riprodotto di dimensioni inferiori, un terzo infine mostra lo scudo realizzato in aderenza al braccio sinistro ed è privo di cimiero. Il rinvenimento di piccoli scudi circolari in bronzo, raccolti isolati, è evidentemente da attribuire ad analoghe figure.
Una figura femminile di offerente, rappresentata con lunga veste liscia aderente e in atto di porgere con la mano destra una offerta votiva di piccole dimensioni, forse un frutto, rimanda nella rappresentazione dei tratti del volto e dell’intera figura a tipi tardo arcaici, databili intorno alla  prima metà del V secolo a.C..

Accanto a questi esemplari è ben documentata a Forma Cavaliera la produzione di più diffusi bronzetti schematici, con rappresentazione di oranti, maschili e femminili, e di quadrupedi. Il santuario di Forma Cavaliera pur trovando confronti in quello di Ancarano di Norcia per quanto concerne gli ex voto attestati, per l’arco cronologico di frequentazione e per la collocazione significativa, lungo importanti percorsi viari, si differenzia tuttavia da questo per la posizione topografica. Ancarano rappresenta infatti un santuario di valico e di controllo del valico, Forma Cavaliera appare invece in stretta relazione con l’antica sorgente e si confronta piuttosto con i santuari di pendio e di culto delle acque.

Un utili riferimento per la prosecuzione dell’indagine del sito può essere individuato, a titolo di esempio, nelle recenti indagini condotte sul santuario di Ercole a Corfinio (AQ).

Pur in quadro culturale evidentemente diverso e documentato a Corfinio solo a partire dal III sec. a.C., l’area sacra mostra tuttavia una organizzazione planimetrica e topografica in una situazione topografia non dissimile da Forma Cavalier, con una sistemazione su due terrazze principali lungo un pendio e in precisa relazione con una sorgente. Tale confronto risulta ancora più significativo se si tiene conto di alcune indicazioni che sembrano potersi desumere dalla lettura delle fotografie aeree disponibili, nelle quali si individuano anomalie nel settore del santuario più verso monte, dove potrebbero indicare la presenza di strutture di un piccolo edificio.

Liliana COSTAMAGNA, Soprintendenza Archeologica dell’Umbria

 
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