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Le canapine
La Barrozza - Natale 1999 - anno VIII n.3
Scritto da Anna Dolci   

Il piccolo campo seminato recentemente a canapa, vicino al distributore di benzina, ci ha dato l’occasione di parlare con i “saggi” del paese, di ripercorrere abitudini toccanti e faticose.

I campi seminati a canapa erano molto grandi, ed erano divisi a strisce, e quasi ogni famiglia aveva la sua striscia, la sua “canapina”, che le permetteva dopo laboriosissimo lavoro, di provvedere alle necessità della propria biancheria. La maggior parte delle canapine erano vicino alla Fonte dell’Asola e giù alle ”prata” vicino Corno, verso S. Lucia.

Ogni famiglia aveva una striscia di terreno coltivato a canapa.

misc 2008 canapa.jpg

Il Prof. Peroni durante una fase della raccolta della Canapa, nel corso del progetto del Servizio Civile Nazionale - Canapine dei Piani di Ruscio, 30 agosto 2008

Sembra quasi una favola, un romanzo a puntate: “Storia di un lenzuolo”.

Si comincia giustamente con la semina della canapa. Una volta matura, veniva estirpata, non falciata, e accatastata in piccoli mucchi. Di qui passava al forno. Dopo la cottura del pane, quando il forno era ancora caldo, le piante della canapa venivano infornate, non per essere cotte, ma per essere essiccate con quel tipo di calore.
Seconda puntata ..... e il lenzuolo è ancora lontano.

Una volta essiccata, entrava in campo “lu cenciaro”. Con un arnese tipico, fatto di coperchi e di chiodi, “incigliava” la canapa, cioè toglieva le scorie e le cote dallo stelo, rendendola un grosso groviglio, come un “nocchio”.
E siamo alla terza puntata.

L’ammasso, grazie a “lu cenciaro” era diventato morbido, ma doveva essere tramutato in filo e per far questo ci si serviva del fuso e della conocchia. Si estraeva un grosso filo dal groviglio, si filava, si filava, finché diventava “fino” e si attorcigliava sul fuso che normalmente veniva issato sulla cinta della gonna.

Quarta puntata .... siamo quasi arrivati.
Con il lungo filo, se si spezzava si “riaggiuntava” filandolo, si formavano delle matasse, grezze e raspose, che dovevano per forza essere “sbiancate”. Siccome non c’era né la lavatrice, né la varechina, c’erano le tinozze, bucate per far uscire l’acqua dentro le quali si mettevano le matasse e sopra vi si gettava l’acqua con la cenere bollente, che chissà per quale reazione chimica funzionava da sbiancante.

A quel punto le matasse sbiancate ed asciugate erano pronte per la tessitura. E tessi e tessi ...... il telo per fare il lenzuolo era pronto!!! Insomma dalla semina alla tessitura ci voleva circa un anno. E questo succedeva non nel medioevo, ma solo circa 60 anni fa!

Meraviglie e fatiche dei nostri avi.


 
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