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Attacco alla Sicilia
I Quaderni di Ruscio - I Caduti di Ruscio nella II Guerra Mondiale
Scritto da S.Ten. Bers. Gianluca La Posta   

Il 13 maggio 1943 terminò la battaglia di Tunisia e con essa ogni resistenza delle forze italo-tedesche in Nord Africa. Dopo circa trentacinque mesi di guerra, gli Alleati riuscirono a scacciare Italia e Germania dal teatro africano e si trovarono innanzi al dilemma di dove effettuare il primo attacco alla “Fortezza Europa”.


In realtà, una decisione di massima era già stata presa alla conferenza di Casablanca, del gennaio dello stesso anno, nella quale era prevalsa l’opinione sostenuta da Winston Churchill, primo ministro britannico, di invadere la Sicilia. Differenti possibili obiettivi potevano essere le altre due maggiori isole mediterranee, Sardegna e Corsica, in ragione della loro maggiore vicinanza al cuore dell’Europa o, addirittura, la penisola balcanica, la conquista della quale avrebbe permesso un attacco diretto al Reich tedesco.

Un contadino siciliano dà informazioni a un soldato americano. Foto di Robert Capa

Prevalse, nella primavera del 1943, la tesi inglese che aveva come punto di forza la considerazione che l’obiettivo Sicilia avrebbe fatto vacillare, più di altri, il regime fascista e, forse, costretto l’Italia ad uscire dalla guerra. Del resto, l’isola era l’unico punto della “costa” europea ad essere raggiungibile dalla copertura aerea alleata proveniente da Malta, elemento essenziale per la riuscita di un piano d’invasione.
Anche in campo italo-tedesco vi era un certo disaccordo sul dove sarebbe avvenuto l’attacco alleato, infatti, l’alto comando italiano era convinto che l’obiettivo principale sarebbe stato la Sicilia, mentre i Tedeschi ritenevano più probabile Corsica e Sardegna. Ciò comportò che parte delle forze germaniche fossero distratte verso queste ultime isole e non parteciparono alla battaglia siciliana, compromettendone, forse, l’esito favorevole.
“Operazione Husky” fu il nome in codice che il comando alleato adottò per la sbarco in Sicilia e fu predisposto l’impiego di milletrecentosettantacinque navi da guerra e da trasporto, millecentoventiquattro mezzi da sbarco di vario tipo ed oltre quattromila aeroplani. Per lo sbarco vero e proprio venne deciso l’impiego di sette divisioni di fanteria, una brigata autonoma, due divisioni corazzate e due aviotrasportate per un totale di circa 160.000 uomini, 600 carri armati, 1800 cannoni e 14.000 veicoli di ogni genere. Fu una sorta di prova generale per l’invasione della Normandia! Questi numeri fecero si che la superiorità alleata in fatto di mezzi fosse fuori discussione sin dall’inizio delle operazioni.
Infatti, le forze dell’Asse potevano schierare in Sicilia, al momento dello sbarco, quattro divisioni “mobili” italiane (Aosta, Assietta, Livorno e Napoli) e due tedesche (15ª Panzergrenadier ed Herman Goering). Le coste erano presidiate da sei divisioni italiane “statiche” (208ª, 230ª, 202ª, 207ª, 206ª, 213ª) e da alcuni reggimenti e brigate indipendenti, attestate sulla costa settentrionale. Gli italiani erano, più o meno, 170.000 uomini con 100 carri armati ed un parco artiglieria inadeguato e i tedeschi ammontavano a 28.000 soldati con 165 carri. Inoltre, le forze non impiegabili (personale dei depositi, delle batterie contraerei, dei servizi territoriali ecc…) ammontavano a circa 100.000 italiani e 15.000 tedeschi.


Anche dal punto di vista aereo la superiorità alleata era schiacciante; i difensori disponevano di soli 238 veicoli dei quali un terzo realmente efficiente ed impiegabile.
La marina italiana poteva disporre ancora sei corazzate, sette incrociatori, trentadue cacciatorpediniere quarantotto sommergibili oltre ad un numero considerevole di naviglio minore. La nostra flotta, però, non partecipò alla battaglia, sia a causa della cronica scarsezza di carburante, che della superiorità aerea del nemico.
Lo sbarco era stato programmato per la prima decade di luglio ma, preliminarmente, gli alleati dovevano eliminare i centri di resistenza italiana di Lampedusa e Pantelleria. Quest’ultima isola, in particolare, era considerata una sorta di Malta italiana, forte della sua guarnigione di 11.000 uomini e di un adeguato e munito sistema difensivo avrebbe dovuto costituire un serio problema per gli anglo-americani. In realtà, dopo un mese di bombardamenti che non avevano intaccato seriamente le difese, la guarnigione capitolò l’11 giugno 1943 senza combattere, consegnando, di fatto, l’isola agli alleati. Il giorno successivo si arrese anche al guarnigione di Lampedusa.

La via per la Sicilia era aperta!

Le operazioni iniziarono il 9 luglio 1943 con azioni di bombardamento su vari centri siciliani e la partenza delle truppe aviotrasportate, che avevano il compito di atterrare dietro le linee nemiche e disturbarne la difesa occupando i punti tatticamente più importanti fino al sopraggiungere dei rinforzi. Questi sbarcarono nelle primissime ore del 10 luglio sulle coste meridionali della Sicilia; la 7ª Armata americana (al comando del gen. George Patton) ad Ovest di Capo Pachino, punta meridionale dell’isola, e l’8ª Armata britannica, (comandata dal gen. Bernard L. Montgomery) ad Est.

I difensori non ebbero la possibilità di fermare il nemico “sulla linea del bagnasciuga”, come aveva proclamato Mussolini alla vigilia dell’attacco, ma operarono una serie di contrattacchi contro le teste di ponte alleate che misero in seria difficoltà gli attaccanti. Infatti, il fallimento delle iniziative italo-tedesche fu causato più dall’intervento delle forze aeree e dei grossi calibri a bordo della flotta d’invasione, che dalla reale resistenza dei reparti a terra i quali, al contrario, si trovarono spesso in difficoltà. Le punte avanzate dei contrattacchi difensivi vennero dapprima arrestate e quindi disperse dall’azione combinata di navi e aerei nemici. La superiorità dei mezzi alleati si dimostrò, in questa fase, decisiva per il successo dello sbarco.


Successivamente le colonne americane, da un lato, e britanniche dall’altro, procedettero alla conquista dell’isola, gli americani puntando verso Palermo (che fu liberata il 22 luglio) e la costa settentrionale e gli inglesi in direzione di Catania. Su quest’ultima direttrice era situata la piazzaforte italiana di Augusta, ritenuta anch’essa, come Pantelleria, difficilmente espugnabile. Ma anch’essa non oppose la benché minima resistenza agli invasori essendosi la guarnigione dispersa prima dell’arrivo del nemico.
Questi due episodi citati hanno, probabilmente, fatto ritenere a qualche storico che la resistenza italiana in Sicilia sia stata solo nominale e che la maggior parte delle truppe nazionali si siano disperse al primo apparire di un fante americano. In realtà le truppe reagirono bene, anche se le possibilità di vincere erano pressoché inesistenti, e la strenua difesa della linea che, partendo dalle pendici dell’Etna arrivava fino alle coste siciliane sul Tirreno, e che permise alla maggior parte delle forze tedesche e parte delle truppe italiane di sfuggire all’annientamento ed alla cattura traversando lo Stretto di Messina, non fu dovuta solo ai reparti germanici.

L’iniziale velocità dell’avanzata anglo-americana subì, infatti, una battuta d’arresto ai piedi dell’Etna e per circa un mese le truppe inglesi furono bloccate alle porte di Catania dagli Italiani e dai Tedeschi che, nel frattempo, avevano ricevuto rinforzi dal continente, mentre gli Americani procedevano alla conquista della parte orientale della Sicilia.
Quando il 16 agosto 1943 le truppe americane entrarono a Messina, completando, così, l’occupazione dell’isola, 39.569 soldati tedeschi con 9605 veicoli, 45 carri armati, 94 cannoni e oltre 17.000 tonnellate di munizioni e circa 62.000 soldati italiani, avevano attraversato lo stretto sfuggendo alla cattura.
Ciò fece dire a Sir Basil Liddle Hart, uno dei maggiori storici della seconda guerra mondiale, che il successo alleato in Sicilia era stato solo una mezza vittoria.

Infatti, dal punto di vista tattico, gli anglo-americani, pur avendo raggiunto l’obiettivo di prendere l’isola, avevano fallito la distruzione totale delle forze dell’Asse.
Ma dal punto di vista strategico l’Operazione Husky fu un successo completo.

Il morale degli italiani, già minato da tanti mesi di guerra e privazioni, fu definitivamente demolito dall’invasione del primo lembo del territorio nazionale. Anche in conseguenza di ciò, il 25 aprile 1943, il Gran Consiglio del Fascismo, organo che di fatto governava i Paese, sfiduciò Benito Mussolini provocando il crollo del regime fascista. Il sostituto nominato da Vittorio Emanuele III, Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, avviò i contatti diplomatici che portarono l’Italia alla firma dell’armistizio con gli Alleati, l’8 settembre dello stesso anno, e, quindi, all’uscita dalla guerra a fianco della Germania nazista.
In termini di perdite, gli alleati contarono 31.158 uomini tra morti, feriti, dispersi e prigionieri, mentre gli italiani lasciarono in Sicilia circa 132.000 uomini, la maggior parte prigionieri, ed i tedeschi 32.000 uomini.


Soldato Primo Vannozzi

Soldato, marconista, nel 8° reggimento Genio
Disperso in combattimento in territorio metropolitano il 30/06/1943


 Fotografia ripresa dalla tomba di famiglia presso il Cimitero Comunale di Monteleone, dove, però non riposa il nostro Primo, il cui corpo non fu mai ritrovato [agg.to 24/01/2023]

Primo, di Federico e Laura Peroni, di professione carbonaio, sa leggere e scrivere avendo frequentato fino alla 5° elementare. Soldato di leva della classe 1921, giunge a Roma, richiamato, presso il deposito dell’8° Reggimento Genio. Di li a poco, viene inviato in territorio dichiarato in stato di guerra e vi rimane, fregiandosi con le mostrine della propria specialita’ di radiotelegrafista, marconista, fino al febbraio del 1942.

Ci troviamo agli esordi dell’utilizzo in guerra di una specialita’, le trasmissioni, che acquisteranno nel tempo tanta importanza a tal punto di elevarla, dal ruolo di semplice “specializzazione” ad Arma dell’Esercito. Durante la seconda guerra mondiale, venivano in gran parte utilizzate staffette motocicliste, portaordini e addirittura piccioni viaggiatori, per far pervenire ai Comandi distaccati, ordini ed informazioni necessarie allo svolgimento dei combattimenti.

Trattenuto alle armi, il 24 luglio 1942, viene inquadrato della 207° compagnia mista del Genio di stanza in Sicilia.

 

Dichiarato disperso in combattimento dal 30 giugno 1943, durante la difesa della costa siciliana, nei pressi di Agrigento, nelle prime fasi dello sbarco Angloamericano.

 

[aggiornamento del 24/01/2023, con informazioni ricordi e fotografie raccolte da Francesca Vannozzi (la sorella) Lidia Vannozzi (la nipote figlia di Francesca) e Claudio Vannozzi (nipote) figlio di Giovanni Vannozzi (fratello del Soldato Primo):

Il Soldato Primo nasce a Ruscio come tutti i suoi fratelli (Giovanni, Vincenzo, Francesca) dai genitori Vannozzi Federico e Laura Peroni.

Abitano nel vicolo S. Antonio a Ruscio.  Di famiglia contadina in quanto la mamma Laura possedeva diverse tenute ove i loro figli (compreso Primo) governavano le pecore, mentre il padre Federico si dedicava alla coltivazione dei terreni oltre a custodire le greggi delle tenute dei Torlonia. In inverno, svolgevano la transumanza fino in Maremma (nei pressi di Canino).

Primo finisce la quinta elementare a Ruscio e nel contempo serve la prima messa a Don Sestilio, all'età di sette anni.


 "Ricordo da Don Sestilio de la prima volta che ho servito Messa il giorno che compivo sette anni" (Arch. privato Vannozzi)

 Primo aveva intenzione di studiare per diventare Sacerdote ma, in quei tempi, non vi erano risorse necessarie quindi venne meno a questa scelta. Intorno al 1935 Vannozzi Federico entra in servizio al comune di Roma (servizi cimiteriali del Verano) e tutta la famiglia si trasferisce a Roma (quartiere S. Lorenzo),mentre Primo va a vivere con la zia Maria (sorella di Federico) a via dei Mille, nei pressi della Stazione Termini, per collaborare con la zia che aveva un negozio di carbone ( poiché rimasta vedova da giovane e con figli piccoli).

Dopo pochi anni scoppia il conflitto mondiale e lui, classe 1921, viene chiamato alle armi. Consegue una specializzazione militare come marconista; partito per il fronte incontra a Barletta suo cugino Antonio Arrigoni (papà di Ignazio), ma le loro strade si dividono e Primo viene mandato in Sicilia, sulla costa  Agrigentina a difesa del Paese.


 

 Il diploma di nomina a Marconista Effettivo (Arch. privato Vannozzi) 

 Primo e il suo apparecchio radio  (Arch. privato Vannozzi) 

Fronte di una cartolina inviata da Agrigento  alla mamma Laura appena un mese prima della sua scomparsa (Arch. privato Vannozzi) 

 Retro di una cartolina inviata da Agrigento  alla mamma Laura appena un mese prima della sua scomparsa (Arch. privato Vannozzi) 

 (Arch. privato Vannozzi) 

 (Arch. privato Vannozzi)  

  

  (Arch. privato Vannozzi) 

 

Le flotte alleate erano pronte ad attaccare l'Italia che sottovalutava la possibilità dell'esecuzione di un sbarco in Sicilia.

Purtroppo per il nostro caro zio Primo e tanti altri giovani soldati italiani, non fu così e con le poche e in qualche caso inefficienti armamenti, dovettero fronteggiare un nemico forte e ben strutturato come gli americani ed inglesi. L'epilogo di quei giorni è storia ormai ben nota.

Primo scrisse diverse lettere alla mamma Laura; una in particolare parlava di cannoni di "cartone " e di paura.

Il 10 luglio del 1943 il Soldato Primo Vannozzi viene dato ufficialmente disperso durante un bombardamento ("nel compimento del suo dovere accanto al suo apparecchio radio") . Successivamente anche il padre (nonno Federico) nonostante avesse già servito la nazione durante la prima guerra mondiale, fu richiamato anche lui alle armi, L'epilogo fu, fortunatamente, meno triste.] 

Commovente e’ l’invocazione della madre Laura, incisa sulla lapide, ancora esistente, posta nella Cappellina del Cimitero comunale di Monteleone, triste lapide senza tomba:

“Primo! Quanto ti ha cercato la tua mamma, ma or piu’ non resta che la speranza di rivederti in cielo e commemorare, col piu’ profondo dolore, in questa pietra, la tua scomparsa”

 

 Lapide posta nella Cappella del Cimitero di Monteleone

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Nota Genealogica
E’ un fratello di: 1) Franca, mamma di Lidia e Massimo; 2) Giovanni, padre dei gemelli Alberto e Maurizio oltre che di Federico, Claudio, Laura e Marina; 3) Vincenzo, padre di Patrizia, Claudia ed il primogenito Primo che ha rilevato il nome dello sfortunato fratello del padre.
I genitori del soldato Primo sono Federico e “Laurina” Peroni (sposatisi il 24.9.1921). Federico aveva una sorella morta giovane, due sorelle sposate con altri due Vannozzi (Maria e Nena mogli di Settimio e Arcangelo detto “baffone”) ed un fratello di nome Orlando.
I nonni si chiamavano Giovanni Vannozzi e Francesca Ciampini detta “Checca” (sposi il 31.7.1892). I bisnonni erano Domenico Vannozzi e Francesca Aloisi (sposi il 21.7.1861). Il trisnonno si chiamava Giovanni Vannozzi.


Elaborazione grafica agg.to 07/03/2023 

 
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