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La campagna di Grecia e Albania
I Quaderni di Ruscio - I Caduti di Ruscio nella II Guerra Mondiale
Scritto da S.Ten. Bers. Gianluca La Posta   

Alle 06:00 del 28 ottobre del 1940, circa 87.000 soldati italiani partirono all’attacco di un paese, la Grecia, che fino a quel momento era rimasto fuori dalle vicende della Seconda guerra mondiale, cercando di bilanciare il sentimento filo-britannico della popolazione, con un governo di stampo autoritario, guidato dal generale Metaxas, dichiaratamente filo-tedesco.

Iniziava, così, una delle imprese belliche più drammatiche del nostro Paese, nella quale protagonisti furono gli sfortunati soldati dei nostri reparti, partiti per quella che doveva essere, secondo la retorica di regime, una campagna rapida come quelle intraprese dall’alleata Germania contro Polonia, Danimarca, Norvegia e Francia, e che si rivelò, invece, una guerra di logoramento, combattuta in un teatro di operazioni difficile e in condizioni climatiche proibitive, contro un nemico abile e motivato, al costo di perdite altissime.
 
Mussolini, deluso dall’andamento delle operazioni fino ad allora intraprese dal nostro Paese e coltivando il sogno di una “guerra parallela”, cioè condotta separatamente da Italia e Germania, con la prima chiamata ad agire nel teatro mediterraneo e nelle colonie, mentre la seconda affrontava l’ostinata Inghilterra e la battaglia dell’Atlantico, doveva trovare il modo di “sorprendere” l’alleato tedesco con un’azione di forza, diretta contro un obiettivo scelto, autonomamente, dagli Italiani ed informando il Furher solo dopo che le operazioni erano già iniziate. In tal modo, il Duce avrebbe messo Hitler nella stessa posizione in cui il capo del Fascismo si era trovato più volte, riaffermando la capacità delle nostre Forze Armate di conseguire autonomamente importanti successi e ribadendo la pari importanza tra Italia e Germania all’interno dell’alleanza.
L’obiettivo prescelto per raggiungere questi molteplici scopi fu, appunto, la Grecia.
Le ragioni che portarono alla scelta del penisola ellenica per la riaffermazione della “forza italiana” sono, quindi, più di carattere politico che strategico. Se, infatti, l’Asse poteva avere qualche interesse al controllo delle isole del Mar Egeo ai fini della conduzione della guerra nel Mediterraneo, il possesso del Dodecaneso da parte italiana già costituiva un importante base per le operazioni nella parte orientale del “Mare Nostrum”, e, di contro, la neutralità greca assicurava che basi strategiche, come quelle di Creta, non cadessero in mano inglese.
I piani di attacco furono approntati in un clima di euforia generale, proprio di chi si accingeva a ottenere una facile vittoria contro un nemico presuntuosamente ritenuto inferiore ed incapace di opporre una resistenza degna di questo nome . Tali piani, previdero l’impiego iniziale dei seguenti reparti al comando del generale Visconti Prasca:
il Raggruppamento del Litorale (reggimenti di cavalleria “Aosta” e “Milano” e 3° regg. Granatieri), il XXV Corpo d’Armata della Ciamuria (divisioni di fanteria “Ferrara”, “Siena” e corazzata “Centauro”, quest’ultima composta da 3 battaglioni bersaglieri e 3 battaglioni carri con 133 carri CV e 37 carri lanciafiamme). A seguire verso l’interno era schierata, al centro dello schieramento, la divisione alpina “Julia” e in continuità il XXVI Corpo d’Armata del Korçano (divisioni di fanteria “Parma” in prima linea e “Piemonte” in riserva). Alle divisioni “Arezzo” e “Venezia” erano state assegnate funzioni di copertura alla frontiera iugoslava. L’isola di Corfù doveva essere occupata dalla divisione “Bari” e dal battaglione “San Marco”. Il totale ammontava a circa 100.000 uomini (considerando i reparti schierati alla frontiera Iugoslava) suddivisi in 7 divisioni e unità varie e una forza aerea composta da 400 apparecchi.
Queste forze furono impiegate in un’offensiva terrestre che aveva il suo unico teatro nell’Epiro (confine greco-albanese), senza la previsione di azioni contro le isole greche dell’Egeo o dell’Adriatico (fatta eccezione per l’attacco a Corfù che, pur previsto, non fu mai realizzato), che dovevano costituire l’obiettivo strategicamente più importante per l’Asse, né di attacchi anfibi contro la frastagliata costa ellenica che avrebbero consentito di aggirare eventuali sistemi difensivi attuati dai Greci.
Quest’ultimi, infatti, riuscirono, sin dalle prime fasi dello scontro, a schierare un numero di effettivi quasi doppio rispetto agli italiani, poco meno di 200.000 uomini, armati e equipaggiati forse peggio delle nostre truppe, ma in possesso di un’ottima conoscenza del terreno e, sicuramente, motivati a difendere i propri confini contro l’aggressione di una potenza straniera. L’aeronautica ellenica poteva disporre di un centinaio di veicoli obsoleti che, in seguito, vennero rinforzati da squadriglie della RAF (Royal Air Force) britannica.
Dal punto di vista logistico, è necessario evidenziare come i porti albanesi non erano adeguati a sostenere un flusso di rifornimenti ingente, come sarebbe presto servito alle nostre truppe, e che, poco prima dell’attacco italiano, i nostri comandi avevano rimandato a casa circa 300.000 richiamati di varie classi di leva, allo scopo di non esasperare l’opinione pubblica, lasciando molti reparti con un organico inferiore al dovuto.
 
Le operazioni iniziarono, come accennato, all’alba del 28 ottobre 1940. Le direttrici dell’avanzata italiana prevedevano che il Raggruppamento del Litorale puntasse su Igoumenitsa, che il Corpo d’Armata della Ciamuria si dirigesse verso Gianina; la Divisione “Julia”, al centro dello schieramento, doveva puntare su Metzovo e nel settore sinistro del fronte, quello del Korçano. L’inizio delle ostilità fu caratterizzato da un'attività piuttosto vivace dei reparti minori di frontiera, cui fece seguito il 1° novembre il contrattacco della 9a Divisione e della 4a Brigata greche con obiettivo la divisione Parma. Questa azione ellenica, se pur contenuta, provocò notevoli perdite nelle file italiane, e costrinse il gen. Nasci (comandante del XXVI C.A.) a decidere per il ripiegamento su una posizione arretrata, ad occidente della conca di Bilisthti.
Infatti, su tutta la linea del fronte, i nostri soldati incontrarono forti difficoltà causate dalle avverse condizioni climatiche e dall’accanita resistenza greca. Le posizioni avanzate, raggiunte nei primi giorni, si dimostrarono ben presto indifendibili, tanto che alcuni reparti rischiarono di rimanere isolati e furono costretti a lottare disperatamente per mantenere il contatto con le grandi unità.
Ciò fu particolarmente vero per la gloriosa divisione alpina “Julia” che, penetrata in profondità in territorio ellenico, si vide costretta ad iniziare un ripiegamento, combattendo per non rimanere accerchiata.
Già i primi di novembre fu evidente che l’offensiva italiana era fallita; i Greci, il 14 dello stesso mese, passavano addirittura all’offensiva su tutto il fronte, ricacciando le truppe italiane in territorio albanese ed arrivando a soli 40 Km da Valona! L’iniziativa greca continuò, quasi ininterrottamente, fino ai primi di marzo del 1941 e rischiò addirittura di “ributtare a mare” gli invasori, se gli avvicendamenti al vertice del comando italiano in Albania (al gen. Visconti Prasca succedette il gen. Soddu e a quest’ultimo il gen. Cavallero) e l’afflusso continuo di truppe e rifornimenti dalla penisola non avessero ristabilito una sostanziale parità tra le forze in campo.
Infatti, gli alti comandi italiani si erano resi conto della necessità di rinforzare il contingente originariamente predisposto per l’attacco alla Grecia e, dai primi giorni del gennaio 1941, molti reparti vennero trasferiti sul teatro delle operazioni. La forza di difesa italiana venne così riorganizzata: Comando Superiore Forze Armate in. Albania alle cui dipendenze operavano:
XI^ Armata composta dal XXV Corpo d’Armata (divisioni di fanteria “Ferrara”e “Siena”, div. corazzata “Centauro” e Raggruppamento Litorale) e dall’VIII Corpo d’Armata (div. fanteria “Bari” e div. alpina “Julia”);
IX^ Armata composta dal III Corpo d’Armata (divisioni di fanteria “Venezia” e “Arezzo”) e dal XXVI Corpo d’Armata (divisioni di fanteria “Parma” e “Piemonte”).
La nuova organizzazione delle truppe italiane rimase più o meno inalterata fino alla cessazione delle ostilità con la Grecia, anche se altri contingenti e altri reparti andarono a aumentare il numero degli effettivi italiani impiegati in territorio albanese, fino a un totale di circa 500.000 uomini.
Nel frattempo, la aspra lotta costò sacrifici enormi sia ai nostri soldati che a quelli greci che si affrontarono in una guerra di trincea più simile a quella combattuta nel 1914-1918 che alla nuova BlitzKrieg tedesca. L’asperità del terreno contribuì in maniera decisiva alla staticità delle operazioni e l’inizio delle stesse, avvenuto in autunno inoltrato, costrinse i combattenti a operare in condizioni climatiche sempre peggiori. Il fango divenne una triste costante ben conosciuta dai soldati che vi arrancavano faticosamente per procedere, perdendosi gli scarponi che vi rimanevano letteralmente bloccati dentro. Esso impediva, soprattutto, il regolare afflusso dei rifornimenti e delle artiglierie, obbligando i nostri a patire anche quei disagi che, di solito, non caratterizzano una guerra contraddistinta dalla staticità delle posizioni raggiunte dai combattenti.
Ad aggravare ancor di più le già precarie condizioni degli uomini al fronte, ci si mise anche l’inverno che, a cavallo tra il 1940 ed il 1941, fu particolarmente rigido. La neve iniziò a cadere abbondante sulla zona montuosa in cui si combatteva e la temperatura raggiunse punte di 15 gradi sotto zero.
I nostri soldati, però, che non avevano un equipaggiamento di buona qualità, soffrirono a migliaia i sintomi dell’assideramento e, nonostante tutto ciò, seppero offrire notevoli prove di valore e sacrificio, riuscendo ad arginare quell’avanzata greca che era stata la conseguenza inevitabile di un piano d’attacco mal concepito ed attuato con forze insufficienti, del quale la retorica fascista aveva finito per convincere gli stessi Stati Maggiori, tutt’altro che esenti da colpe: si sarebbe trattato di una mera formalità il liquidare la debole e sottovalutata Grecia.
La conclusione di questa vicenda non è meno drammatica per le nostre armi.
La prima conseguenza dell’attacco italiano al paese balcanico, fu il passaggio di quest’ultimo dalla parte degli anglo-francesi e il conseguente afflusso di truppe ed equipaggiamenti britannici nella penisola ellenica e nelle più importanti isole del Mediterraneo orientale sotto la sovranità greca.
Hitler, pur avendo deplorato l’inutile azione italiana, si vide costretto ad intervenire nella regione per evitare che una sconfitta delle nostre truppe consentisse agli Inglesi di “ritornare” sul continente e di minacciare, conseguentemente, i pozzi di petrolio della Bulgaria, importante alleato dei Tedeschi quali con. Altra priorità per la Germania fu quella di evitare che l’Inghilterra mantenesse il controllo di importanti basi strategiche nel Mediterraneo, come Creta.
Dopo aver travolto la Iugoslavia (all’invasione parteciparono anche unità italiane che occuparono la regione costiera), le truppe tedesche invasero la Grecia i primi di aprile del 1941 costringendo, il 23 dello stesso mese, l’esercito ellenico alla capitolazione e obbligando, tra il 24 ed il 29 aprile, il contingente britannico al secondo precipitoso abbandono del continente in meno di un anno (il primo era stato a Dunkerque nel giugno del 1940).
Le truppe greche che fronteggiavano i nostri soldati, si ritrovarono, quindi, ad essere aggirate dalle manovre avvolgenti delle forze tedesche e furono costrette alla ritirata. Solo come conseguenza di ciò, iniziò l’avanzata italiana verso le più importanti città elleniche.
Poco prima dell’inizio delle operazioni, Mussolini aveva dichiarato che in poche settimane gli Italiani avrebbero travolto la resistenza nemica portando il Tricolore a sventolare su Atene.
Ciò effettivamente avvenne, ma dopo sei mesi di dura guerra sostenuta dai nostri soldati e, purtroppo, non si può affermare che il loro sacrificio abbia contribuito alla vittoria in una campagna che, al contrario, fu risolta dal tempestivo intervento tedesco, la cui rapidità ed efficienza dimostrarono, ancora una volta, le potenzialità di azione di un esercito moderno, pienamente equipaggiato e ben comandato, anche in un territorio difficile come quello greco e, di riflesso, la gravità dell’impreparazione italiana e l’inutile morte di tanti nostri soldati.
Soldati impiegati e perdite
Nella campagna furono impiegati, in totale, 500.000 soldati italiani di cui:
Morti: 13.755 morti;
Feriti: oltre 50.000;
Congelati gravi: 12.368;
Dispersi: 25.067

Soldato Ernesto Menegon

Soldato nel 4° reggimento Fanteria “Piemonte”
Deceduto per malattia in Albania il 09/12/1940

Ernesto, figlio di Giovanni e Elisabetta Selle, nasce il 22 dicembre 1919 a Pederobba, in provincia di Treviso. 1,73 di statura, capelli castani lisci, sa leggere e scrivere, ha frequentato, infatti fino alla 4 classe elementare.

Le scarne notizie riprese dalla sezione “Dati e contrassegni personali” del foglio matricolare, non raccontano la storia di Ernesto e della sua famiglia, simile a quella di un folto gruppo di emigranti Veneti che, il 2 febbraio 1930, giunsero a Ruscio. Portarono con i loro figli, anche gli attrezzi agricoli, i loro usi e la loro cultura, integrandosi velocemente con la comunita’ rusciara. La famiglia Menegon, composta da ben 6 figli, insieme a quella di Pietro Santalucia, cognome ancora presente in Ruscio, si insediarono come contadini del casale del Pian di S. Maria, antico casale dei frati, espropriato alla Chiesa nel 1860 e acquisito dai fratelli Biagio e Mario Peroni. Il Poeta Nicola Marchetti, nella sua poesia “Il dolore della Madre”, lo chiamera’, infatti, “Ernesto de li Piani”, dal nome del casale dove lavorava.

Nel giugno 1939, chiamato alla visita militare e inquadrato nella classe di leva 1919, fu messo in congedo illimitato provvisorio. La provvisorieta’ del congedo, sara’ prolungata fino al 31 gennaio 1940, per avere un fratello richiamato alle armi.
Viene inquadrato nel 4° reggimento Fanteria “Piemonte” e giunge in territorio dichiarato in stato di guerra l’11 giugno 1940.
Si imbarca da Bari per Durazzo, ove sbarchera’ il 28 settembre 1940.

Incontrera’ sulla sua strada, il nemico piu’ insidioso e micidiale, quel Generale Inverno che, particolarmente rigido nella stagione ’40 - 41’, sara’ causa di numerosi morti e ancor piu’ numerosi feriti per congelamento.
“Morto all’ospedale 5° Sezione di Sanita’ per Alpini per assideramento per fatto di guerra…” il 9 dicembre 1940, riporta la laconica prosa del foglio matricolare.

 


 

 

[aggiornamento del 22/06/2018]

Il nostro Ernesto, dopo il recupero della Salma dal cimitero di guerra dove fu provvisoriamente tumulato, riposa ora nel Sacrario Militare dei Caduti d'Oltremare, in Bari.

Le sue ossa non finirono indistinte tra le tante dei migliaia di Caduti in Albania, negli Ossari comuni, ebbe la sorte di essere identificato e ora riposa nel medesimo loculo del Console Meneghetti Montanari Secondo, Medaglia d'Oro al V.M.. (ALBANIA – Sett. 25 Fila L-5).

 

 

per gentile concessione del Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti - Sacrario Militare Caduti d'Oltremare (2018)

 

 


 

 

 
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Nota Genealogica
Ernesto era il secondo di sei fratelli, dei quali per solo tre conosciamo la discendenza: Guerino (da cui Giovanni, Orfeo e Nanda), Ernesto, appunto, Amelia, Pietro (da cui Giovanna), Maria (da cui Nazzareno ed Anna) e Domenico. Insieme con la famiglia Menegon, emigrarono a Ruscio gli Zanini, , i Peruscello, gli Zamaretti, i Taschin e i Santalucia. Solo questi due ultimi cognomi sono ancora presenti in zona.


Soldato Benedetto Marchegiani

Soldato nel 52° btg. Fanteria “Alpi” – reggimento Cacciatori delle Alpi
Caduto in combattimento a Chiaf e Bubesit (Grecia) il 13/02/1941

Figlio di Mariano e Agata Vannozzi, Benedetto Marchigiani nacque a Monteleone di Spoleto il 10 marzo 1913. Alto 1,65, di professione bracciante, sapeva leggere e scrivere avendo frequentato fino alla 3^ elementare.

Chiamato alle armi il 19 dicembre 1933 ed assegnato alla ferma minore (durata solo 6 mesi) nel 26^ reggimento Fanteria Bergamo di stanza in Spoleto, viene messo in congedo illimitato il 27 agosto 1934.
Dopo un anno viene richiamato e parte dal porto di Napoli il 29 settembre 1935 per la Libia, da dove rientra il 6 novembre per essere trasferito in Eritrea il 4 dicembre dello stesso anno.
In terra africana è inquadrato nel XIII Btg complementi speciali. Il 13 dicembre 1935 sbarca a Massaia e dopo due anni di permanenza rientra in patria il 9 maggio 1937 dove viene messo in congedo illimitato ricevendo il premio di mobilitazione pari a Lit. 450.

Viene richiamato alle armi in data 5 maggio 1939 presso il reggimento di Fanteria Alpi in Spoleto e mandato in licenza straordinaria illimitata il 30 marzo dell’anno 1940.

Gavetta e mostrine

Ma la storia militare di Benedetto non si esaurisce: richiamato nuovamente alle armi il 16 novembre 1940 (ai sensi della circolare 27700 per le classi di nascita 1913 – 1914 - 1915), viene inquadrato nel 32^ reggimento Fanteria “ALPI” e come tale parte il 14 gennaio 1941 dal porto di Brindisi per l’Albania sul piroscafo “Trapani” che sbarca al porto di Durazzo il 15 gennaio.

Dal diario del reggimento: “Nel gennaio 1941 i Cacciatori dopo lunghe marce effettuate in condizioni di tempo terribili per il freddo e la pioggia insistente, si schierarono dove la lotta era più aspra, nei pressi di Murit. In 6 ore di aspri combattimenti, furono feriti il Colonnello Comandante e molti altri ufficiali, mentre i Cacciatori si impegnarono fino all’estremo delle loro forze. Poi, fino al mese di marzo, il 52° rimase sistemato a caposaldo sulla aspra altura di Ciafa e Bubesit; scavò appostamenti, trincee, camminamenti lunghi e profondi sotto l’inclemenza del tempo e l’offesa esasperante dei mortai greci. Dopo questo periodo di guerra di trincea, finalmente mutò l’equilibrio delle forze e le nostre truppe passarono all’offensiva. Durante due giornate di duri combattimenti, i Cacciatori riuscirono a portarsi fin sotto le posizioni più elevate travolgendo la resistenza greca. Premuti e minacciati di aggiramento, i greci durante la notte ripiegarono precipitosamente, cosicché il 15 aprile i Cacciatori raggiunsero le alture di Vinon inseguendo il nemico in fuga.”

Materiale farmaceutico in dotazione

Il 13 febbraio 1941 muore in combattimento in zona di operazioni a Chiaf Bubesit (Albania) come da atto di morte inscritto al n. 4 del registro degli atti di morte del 52^ Reggimento Fanteria “ALPI”: aveva 28 anni.

E’ questa la breve ma intensa vita militare di Benedetto Marchigiani che a soli 28 anni morì in terra straniera. Il suo corpo non fu mai restituito alla famiglia e giace in qualche sperduto cimitero militare del paese balcanico.

Una storia come tante: a distanza di tempo, nessuno può raccontarci dal vivo esattamente cosa accadde, come fu la sua vita militare ed il triste epilogo. Della sua famiglia non è rimasto nessuno: Benedetto era l’unico discendente maschio: Agata, la madre e sorella di mio nonno Pietro Paolo morì a 96 anni, tanto tempo dopo suo figlio e Maria pochi anni fa ci ha lasciato. Oggi il racconto di quella storia e la vicenda più propriamente umana possiamo ricostruirla e riviverla solo grazie alla documentazione reperita presso gli Enti militari ed alle numerose lettere e fotografie che Benedetto mandò ai suoi genitori, gelosamente custodite da Maria negli anni.

Souvenir dalla guerra d'Africa

Da quelle lettere – che si riferiscono al secondo periodo della vita militare del nostro, dal richiamo alle armi del 1939 fino alla partenza per l’Albania del 1941 – ricostruiamo il pensiero di un giovane strappato alla propria terra, coinvolto nel secondo conflitto mondiale quando le nazioni della triplice intesa erano in netta supremazia su tutti i fronti, e l’Italia fascista, impegnata accanto alla Germania nazista, cercava i propri spazi espansionistici nei balcani, in Africa, impegnando la patria in uno sforzo bellico e di vite umane che solo successivamente si rivelò inutile.
Da quelle lettere traspare l’ansia, il desiderio di ritrovare qualche ora di serenità nel proprio paese tra i propri familiari, la possibilità e l’angoscia sempre presente di dover partire per uno dei tanti fronti di conquista e contemporaneamente la necessità di tranquillizzare i propri cari con parole di speranza. 

Nella missiva del 7 settembre del 1939 scrive al propri genitori “carissimi genitori, dopo qualche giorno che mi trovo qui a Spoleto vi scrivo queste due righe facendovi sapere che sono medesime in quanto ad essere riconosciuto non sene parla ci sono storpi che li fanno abili, certo io non avrei mai  creduto  di  trovarmi  in  queste  condizioni  ogni  cosa  che  fo  mi  riesce  male, sono  stato da Girolamo mi ha detto che voleva fare una scappata io mi trovo alla caserma Garibaldi proprio di fronte alla stazione dove ferma il trenino ma non so per quanto tempo si sta qui vorrei provare a prendere una licenza ma sembra tanto difficile non mi resta che darvi tanti saluti a Maria a voi tanti saluti e baci, figlio Benedetto”.
Successivamente il 30 settembre 1939 scriveva: “Cari genitori, dopo qualche giorno rispondo alla vostra lettera che mi avete mandato da Tullio e che vi ho detto che mi era usciti dei pedicelli ma adesso mi sono spariti vi avevo detto che venivo per la festa e poi non so potuto venire il permesso non me l’anno dato per domani sarei potuto venire ma siccome ma a scritto zio che sono venuti i carabinieri a casa anno portato le chiamate per la visita collegiale e anno detto che mandavano la chiamata al reggimento, così sto qui da un momento all’altro mi possono chiamare. Non mi resta che dirvi tanti saluti a tutti a Maria a voi tanti saluti e baci figlio Benedetto”.

Il 16 novembre 1940 viene richiamato alle armi ai sensi della circolare 27700 (ndr, richiamate le classi 1913, 1914, 1915). Questa volta non sarà per un breve periodo: sa che sarà destinato ad un fronte di battaglia:  “…..godo sentirvi dire che godete di ottima salute io mi sento discretamente comprendo tutto cio che mi dite nella lettera ma come vi ho detto che o passata più volte visita medica ma mi anno detto che devo fare servizio quindi e inutile a insistere cammino fino che posso camminare e quando non ne posso più mi fermo speriamo che tutto finisca presto: intanto state tranquilli che io sono contento i compagni di tanti che ne ho conosciuti non ce ne nessuno ma con questi che sto insieme sono anche di Spoleto e dintorni ce Rino e due del Trivio ma non ci vediamo mai perché Rino sta alla batteria e quelli del Trivio stanno ad altre compagnie d’altri battaglioni ….” (Spoleto 3 gennaio 1941).

Dalle lettere ai genitori il racconto della quotidianità nella propri caserma, forse narrato per attenuare l’ansia dei genitori cari: “….giovedì ci anno fatto la puntura così tra il riposo che ci anno dato e le due feste che si sono incontrate abbiamo avuto parecchi giorni di riposo ci anno dato la befana un bel regalo sigarette caramelle torrone una boccetta di liquore ad altri dolci …..
Remigio è andato a Siena Giovanni non se a già scritto e andato a Piacenza e un posto discreto così la madre sarà tranquilla io non lo visto perché quel giorno non so potuto uscire perche avevo il riposo con la puntura. Non mi resta che darvi tanti saluti a tutti a Maria a voi saluti e baci figlio Benedetto” (Spoleto 6 gennaio 1941).

 

 

Di li a poco sarebbe partito per l’altra sponda del Mar Adriatico dalla quale non sarebbe più tornato. Non sappiamo come la comunità di Ruscio apprese la notizia. Trascriviamo questo sentito biglietto di condoglianze scritto da Orsola Peroni “Cara Agata ho appreso la triste notizia mi associo al grande dolore, non ci sono parole di conforto adatte ad una madre che perde un caro figlio, ma contemplando la nostra cara Madre Addolorata, nei suoi dolori, vi darà con la preghiera coraggio e rassegnazione e suffragi all’anima del nostro caro Benedetto, che dal Cielo vedrà la sua famiglia pregherà per voi tutti. A nome della mia famiglia sentite condoglianze” Ruscio 26 aprile 1941/XIX.

La rassegnazione di fronte al susseguirsi di eventi ingovernabili, la grande e sentita fede che da sempre ha accompagnato i nostri avi, la speranza nel volto della Vergine Addolorata.

Oggi a conclusione di questo breve ricordo non possiamo che onorare quel sacrificio, il profondo senso di dovere che accompagnò la sua lunga vita militare e la sua morte. Oggi sarebbe stato un nostro compaesano, avrebbe vissuto e costruito la sua vita, avrebbe avuto la sua famiglia: tutto ciò non è stato: nessuno non potè far nulla, nessuno potè cambiare il corso degli eventi! Ma di fronte a tanta rassegnazione per ciò che accadde ieri non può e non deve corrispondere altrettanta rassegnazione per ciò che potrebbe accadere oggi o nel prossimo futuro. Storie come quella di Benedetto non dovranno essere mai più scritte perché la ragione e la vita abbia sempre la meglio sulla follia irrazionale ed omicida della guerra.
Pierpaolo Vannozzi

 


 

 Aggiornamento del 9/6/2018

 

La salma di Benedetto, dopo sommaria sepoltura in un cimitero di guerra, venne esumata e portata in Patria, sepolta nel Sacrario Militare dei "Caduti d'Oltremare" di Bari.

 

 

 

Il suo corpo, pero', non fu identificato. Oggi riposa dietro questa lapide insieme a 16.000 commilitoni Caduti in terra di Grecia e Albania.

 

 

 

A imperitura memoria del suo sacrificio resta il suo nome inciso sulle pagine di bronzo del libro dell'Onore.

 

 

 

 

 

       

 

 foto Francesco Peroni, 2018


 

 

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Nota Genealogica
Benedetto era un fratello di Maria Marchegiani. Erano figli di Mariano Marchegiani e Agata Vannozzi (figlia di Sante e meglio nota come “Aghituccia”), sposi il 1° agosto 1909.
Mariano (fratello di Pietro, Maddalena e Mariantonia) era figlio di Benedetto, nato il 24.10.1836 e Maria Scaletta di Cittareale (i due si erano sposati il 13.8.1864). Anche il nonno Benedetto (come il Bendetto caduto in guerra) aveva una sorella di nome Maria (sposatasi il 16.7.1865 con Domenico Gervasoni).
Il capostipite  di questo ramo Marchegiani è Pietro, nato intorno al 1800 e marito di Maddalena. Stranamente non si rinviene questo Pietro (bisnonno del caduto) né nel registro dei battesimi né nel registro dei matrimoni e pertanto non si è in grado di verificare se vi è un collegamento con l’altro ramo dei Marchegiani, quello oggi per lo più rappresentato da Gianni, figlio di Anna e nipote di Peppe, un ramo che invece sicuramente è presente in Ruscio da tre secoli, discendendo da un Battista nato intorno alla metà del ‘600 e  “detto marchegiano” in quanto proveniente da Monte S. Vito di Senigallia.


Soldato Alfredo Vannozzi

Soldato nel 1° reggimento Artiglieria
Deceduto per ferite in Albania il 31/03/1941

 

Alfredo, di Mariano e Paolina Poli, nasce a Monteleone il 14 agosto 1910. La professione dichiarata nel foglio matricolare e’ “cameriere”, e, grazie a questa, gli verra’ affidato l’incarico di Attendente di Ufficiale.

 

Alfredo era sempre stato un tipo schivo e timido, ma determinato. Sin da bambino aveva fatto la spola tra Ruscio e Roma, lavorando per aiutare la famiglia. Poi a 18 anni, contagiato dal morbillo, torna al paese per curarsi e qui vi rimane per circa un anno. Chi lo ha conosciuto racconta che Alfredo, pur nella malattia e una volta guarito, approfittò di questo periodo, aiutato dal parroco don Sestilio, per imparare a leggere, scrivere e a “dar di conto”, in quanto capisce che per avviare un’attività seria a Roma ha bisogno di un’istruzione adeguata. (in corsivo riportiamo il ricordo di Tiziana Vannozzi, pronipote del Nostro)

Svolge, con buona condotta e servendo con “fedelta’ ed onore” il servizio di leva, dal marzo 1931 al settembre 1932, presso il 32° reggimento Artiglieria da campagna.

Nel 1936, all’età di 26 anni, dopo aver lavorato come garzone, dapprima in un bar e, poi, in un negozio, apre insieme al fratello Augusto, di un anno più piccolo, un esercizio di generi alimentari in via Pasquale Tola, a Roma. Due anni dopo, in seguito alla morte del padre, li raggiunge anche la sorella Ida, di 16 anni, che inizia a lavorare con i fratelli.

In seguito alla dichiarazione di guerra alla Grecia, viene richiamato alle armi e inquadrato nel 1° reggimento di artiglieria Divisione di Fanteria “Cacciatori delle Alpi, il 22 dicembre 1940.

Il Natale è alle porte e Alfredo è dispiaciuto di non poter passare le festività con i suoi cari, ma è costretto a partire. Per tre mesi presta servizio a Spoleto e poi, il 3 marzo del 1941, viene trasferito a Valona, in Albania. Da qui scrive alla famiglia un’unica lettera datata 24 marzo 1941, nella quale comunica che li avrebbe informati successivamente della nuova destinazione.
In quella stessa lettera Alfredo raccomanda ai fratelli di chiudere presto il negozio, in quanto muoversi durante le ore in cui è in vigore l’oscuramento diventa troppo pericoloso. Difatti, la strada tra il negozio e l’abitazione, sita in via S. Maria Ausiliatrice, nel quartiere Tuscolano, è abbastanza lunga e Alfredo teme per l’incolumità di quei due fratelli più piccoli che ha lasciato soli. In questa stessa prima, e purtroppo ultima, missiva Alfredo si preoccupa anche dell’anziana madre che sta trascorrendo i mesi invernali a Roma con i figli. Chiede ai fratelli di stare attenti che non prenda freddo e che tengano sempre acceso il braciere, l’unica fonte di calore della casa. Termina dicendo “Fatevi coraggio, vi abbraccio cari fratelli”.
Quelle sono state le ultime parole di Alfredo alla famiglia: morirà infatti 7 giorni dopo nell’ospedale da campo della Croce Rossa, colpito a morte dal nemico.
La sua avventura in Albania è durata in tutto 18 giorni.

La Divisione Fanteria “Cacciatori delle Alpi” viene trasferita in Albania nel gennaio 1941 e le viene affidato il settore Bubes - Ciaf e Chiciocut - Mandero e successivamente assume la responsabilita’ del tratto tra la confluenza del Perroj e Bubesit.
Il 25 gennaio il nemico attacca in forze Bregu Gliulei con l’intenzione di aprirsi un varco verso Berat. Nonostante la strenua difesa, il nemico sfonda le linee, costringendo le decimate unita’ a indietreggiare fino al torrente Lumiberat.

Ma il contrattacco italiano non si fa aspettare e dal 9 al 16 marzo vengono attaccate le posizioni nemiche di Mali Spadarit e Bregu Glulie che vengono parzialmente riconquistate.

Il 1° rgt. art. nei giorni precedenti il 31 marzo 1941, si attesta intorno a quota 955 di Bregu Gliulei. L’attivita’ nemica non e’ intensa, come si evince dalla lettura del diario delle unita’ combattenti, anche se si notano concentramenti di truppe nelle vallette boscose a destra di quota 960 di Chiaf e Murit.

Violente e repentine sortite e tiri di interdizione sulle trincee nemiche sono all’ordine del giorno, ma non per questo non mietono vittime tra italiani e greci.

Durante uno di questi combattimenti, il nostro Alfredo, viene colpito da una scheggia di granata. Morira’ poco piu’ tardi all’ospedale da campo n° 639 dell’11° battaglione Alpini.

Il 15 Aprile, la Divisione prende parte all’offensiva generale e, vinte le resistenze nemiche nella zona, il 21 Aprile blocca il nemico in ritirata, impedendogli di defluire verso il confine greco.

Nello stesso giorno viene firmato l’armistizio.

I familiari di Alfredo riceveranno l’indennita’ di 500 lire lorde (353 al netto delle imposte).


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Nota Genealogica
E’ tenuto a battesimo il 14.8.1910 da Erasmo e Rita Reali. Era il primogenito di Mariano (nato il 27.5.1882) e Paolina Poli che infatti si erano sposati il 14.9.1909. I nonni erano Bartolomeo Vannozzi del 1842 (di Giovanni Antonio e Antonia Cicchetti) e Rita Ranaldi (di Mariano). Il nonno del nonno era ancora Bartolomeo (1766) e Bartolomeo era pure il nonno del nonno del nonno, nato intorno al 1700 in Capo d’Acqua.
Il 3.9.1911 nasce un fratello di Alfredo: Augusto, padre di Alfredo del Casale Macario


[aggiornamento del 07/08/2018]

 

Successivamente, esumato dal cimitero di guerra provvisorio, sarà ricondotto in Patria. Oggi riposa nel Cimitero Comunale di Monteleone.

 

                                                            

 

 

 

Le Cravatte Rosse del 1° Artiglieria

Durante la consultazione dei Diari Storici, che abbiamo potuto eseguire addirittura in originale, ci siamo imbattuti in una serie di buste contenenti documentazione ufficiale, quale fonogrammi, ordini e dispacci, ma anche appunti, fotografie, schizzi realizzati dai militari e ritenuti degni di essere conservati da parte dei Comandanti i reparti.
E cosi’, abbiamo avuto la fortuna di rintracciare questi due brevi bozzetti che tratteggiano altrettanti “cravatte rosse” del 1° Artiglieria.

Il Capo Pezzo
Gli artiglieri stanno portando il pezzo in posizione. Sul terreno fangoso i serventi si arrampicano portando i carichi sulle spalle, mentre la colonna dei muli poco sotto si svolge lentamente.
Il movimento sulle posizioni di Chiafa e Scosse e’ stato avvertito dalle artiglierie nemiche, che, dalle posizioni dominanti, incominciano ad inviare una prima “foraggiatina”. E’ il primo contatto dei giovani artiglieri con il fuoco.
Le granate fischiano in alto e cadono con violenti crepitii; le schegge volano ronzando. Al primo momento si resta attoniti. Poi la voce dell’Ufficiale risuona energica: ”Coraggio, ragazzi, ci siamo!”. Il lavoro riprende con piu’ lena. Al terzo pezzo il caporal maggiore in ginocchio dirige le operazioni con straordinaria calma. Ma, perche’ non si alza? Con una mano si preme il fianco che il tiratore, a lui vicino, vede sporca di sangue. “Oh, una sciocchezza” risponde allo sguardo di questi. “Avanti, presto, rispondiamo subito a quei figli di cane!”.
Il crepitare del tiro nemico continua intenso, ma sotto il suo esempio gli artiglieri moltiplicano i loro sforzi.
Il pezzo e’ pronto e tra poco aprira’ il fuoco… il primo fuoco su questa terra d’Albania or piu’ che mai nostra, perche’ intrisa del nostro sangue.
Il capo pezzo ora si siede appoggiandosi al braccio; il sangue, uscito in gran copia, si e’ sparso sul grigio verde della sua giubba. Ora egli puo’ ricordarsi della sua ferita … ora che il suo pezzo comincia a tuonare.

Il conducente
Si volevano bene come fratelli, lui e il suo mulo. Questo lo diceva con assoluta serieta’ e, infatti, quando li vedevano insieme a nessuno veniva voglia di ridere.
Ogni mattina con amore lo caricava del suo basto dopo aver esaminato e accarezzato le spelature della groppa; gli stringeva il sottopancia senza strapponi, poi aiutava a caricare la bocca da fuoco… piano… senza scosse.

Con uguale comprensione l’uno eseguiva e l’altro sopportava le necessarie operazioni. All’arrivo, deposto il carico, tutti e due arzilli e leggeri (sembrava che anche lui si fosse alleggerito del fardello del suo mulo) andavano verso il filare. Solo quando la bestia poteva dirsi tranquilla, asciugata e sazia, l’uomo andava a levarsi le scarpe vicino al fuoco. Quel giorno pero’ il mulo sembrava stanco e l’occhio non era vivace come il solito. Silenziosamente, il mulo aveva risposto che stava male. Si doveva risalire l’arduo sentiero per Chiafa e Scosse, per andare in posizione.
Si parte. Lui avanti e il mulo dietro. Lui con l’occhio rivolto ai punti piu’ pericolosi, guidando i passi del mulo insolitamente malsicuri, per quel sentiero che si inerpica su, sempre piu’ stretto, coperto di una melma sempre piu’ fonda e cedevole.
Ora il sentiero prosegue a mezza costa e giu’ e’ il precipizio.
Il mulo si ferma… sembra che senta la responsabilita’ del suo carico ed ansima rumorosamente. Il conducente lo accarezza con affetto… gli avvicina la guancia al muso, parlandogli sommessamente. “Avanti… fa’ ancora qualche passo!”. Il mulo obbedisce ma si vede che solo l’affetto per il suo conducente lo muove. L’uomo guarda ancora la bestia negli occhi; vi legge tutto lo strazio, perche’ ora, per la prima volta non puo’ seguirlo.
Pure bisogna andare. “Va la’, povero vecchio, oggi ti sostituisco io!”. Carica sulle spalle la bocca da fuoco. “E ora via”. Mulo e conducente, ancora uno dietro l’altro, riprendono il cammino, verso le posizioni.

Soldato Adorno Peroni

Soldato nel 4° reggimento “Genova Cavalleria”
Deceduto per malattia a Bich (Bosnia) il 03/02/1942

Adorno, che all’atto dell’arruolamento risiedeva a Roma, in Viale del Vignola, figlio di Bernardo e Sereni Eugenia, nasceva a Monteleone di Spoleto il 27 luglio 1921.

 

                                                            

Sapeva leggere e scrivere, avendo frequentato fino alla 5° elementare, un titolo di studio elevato per quel periodo. Di professione fornaio, e panettiere fu, presso il glorioso reggimento Genova Cavalleria, unita’ nella quale fu inquadrato il 22 gennaio 1941.

Ma non per questo, il Nostro, non si fece valere nella vita militare: il 1 marzo 1941 ottenne, infatti, la specializzazione di tiratore scelto.

Un mese dopo, il 6 aprile dello stesso anno, parti’ insieme al suo reggimento, e giunse in zona di guerra. “Panettiere provetto ed infaticabile” forni’ il pane “ai suoi camerati Dragoni” fino al 29 gennaio 1942, quando fu ricoverato nell’ospedale da campo n° 135, in Biche (Bosnia).

Mori’ pochi giorni dopo, il 3 febbraio, per malattia “tifo miocardite” come da atto di morte di cui si ritrova trascrizione nel registro tenuto presso il comune di Monteleone (serie C, parte II, anno 1942).


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Nota Genealogica
Luigi detto “Gigione” (nato 5.9.1850) aveva sposato il 30.8.1874 Marianna Salamandra. La coppia ebbe vari figli (Nazzarena, Berardina, Serafina, Bernardo, Antonio, Annamaria e forse altri). La famiglia (come tutti i Peroni) ha radici antiche in Ruscio o comunque nel Monteleonese.
Il nonno di Bernardo era Bernardo e Bernardo era pure il nonno del nonno; il ramo poi va ancora più su e dopo altre quattro generazioni arriva ad un Mattia nato all’inizio del ‘600.
Bernardo aveva sposato il 15.4.1920 Eugenia Sereni e aveva generato Ermelinda, Marianna, nonché il nostro sfortunato Adorno.
Antonio (il fratello di Bernardo) ha invece generato Alfonso e Ezio da cui Alba, Gloria, Valentina, Antonello e Annarita Vannozzi

 


[aggiornamento del 07/08/2018]

 

 

La salma del  nostro Adorno, provvisoriamente sepolta in un cimitero di guerra, successivamente, con il 9° recupero Croato dei nostri Caduti, fu tumulata insieme a quella della mamma Eugenia e, piu' recentemente, alla sorella Marianna, nel Cimitero Comunale di Latina.

 

                                                               

 

 

 


 

Soldato Marco Angelini

Soldato nel 11° reggimento Genio
Disperso in prigionia in territorio germanico il 14/03/1945

Soldato di leva classe 1918, nasce l’11 gennaio, da Davide e Antonia Giovanetti, alto 1,61, torace 0,89, capelli lisci castani, di professione agricoltore.

Chiamato alle armi ed aggregato al 36° btg. Distrettuale in attesa di definitiva assegnazione ad un reparto, il 29 marzo 1939. Il 16 maggio dello stesso anno viene destinato al’11 reggimento Genio. Viene trattenuto alle armi ai sensi del Regio Decreto 1677, il 29 settembre 1940 e, nel marzo 1941 viene incorporato presso la 1° compagnia artieri del 7° battaglione mobilitato.

Giunge in territorio dichiarato in stato di guerra, alla frontiera Italo Jugoslava il 6 aprile 1941 e, con numerosi spostamenti li rimarra’ fino al 17 aprile 1943.

L’estrema necessita’ di artieri, indispensabili alla sussistenza dei reparti combattenti, per la predisposizione e riparazione delle strade carrozzabili, per la installazione di strutture, ospedali da campo ed altro, si evince chiaramente dallo stato di servizio di Marco. Per ben due volte gli verra’ erogato il pagamento quale indennizzo per licenze ordinarie non fruite (5 marzo 1940, 1 luglio 1942).

Non dimentichiamo che, sicuramente, l’Arma del Genio, fu spesso determinante prima, dopo e durante i combattimenti; basti pensare alla campagna dei deserti africani sotto il comando di Rommel e alla campagna di Russia.

Il 18 aprile 1943, viene aggregato al battaglione mortai da 81, compagnia Comando della Divisione Cacciatori delle Alpi.

Nel maggio dello stesso anno viene autorizzato a fregiarsi del distintivo di Ardito (s.p.n. 2228 XI Genio del 6/5/1943).

L’indomani del fatidico 8 settembre del 1943, data dell’armistizio di Badoglio, viene catturato da tedeschi e condotto in prigionia in Germania. Le sue tracce si perdono nel maggio 1944, data in cui viene dichiarato disperso in prigionia.

Il nostro Marco Angelini combatte’ una delle guerre piu’ difficili, dapprima contro le truppe regolari jugoslave, in seguito contro i partigiani comunisti di Tito, in ultimo, catturato dagli ex alleati tedeschi, lotto’ contro le privazioni di una durissima prigionia.

Dall’aprile 1941 al maggio del 1944, rimase continuativamente in territorio in stato di guerra!

 


 

 [aggiornamento del 15/06/2018]

Angelini Marco venne fatto prigioniero dopo l'8 settembre 1943 ed internato in Germania presso uno degli stalag del sesto Distretto militare, ai confini con l'Olanda ed il Belgio. Il Distretto militare VI incorporava nel suo territorio gli stalag di Gross Hesepe, Dortmund, Münster, Bocholt, Dorsten, Senne Forellkrug, Fichtenhain, Hemer, Colonia  e Bonn Duisdorf.

Quindi l'Angelini venne sicuramente internato in uno di questi stalag (verosimilmente potrebbe trattarsi dello Stalag VI J/Z di Dorsten o dello Stalag VI D di Dortmund - vista la loro vicinanza a quello che poi sarà il suo luogo di morte e prima sepoltura).

Ammalatosi di tubercolosi, venne ricoverato presso l'Ospedale di Gelsenkirchen. Il 14 marzo 1945 Marco morì e venne sepolto Cimitero centrale di Gelsenkirchen.   

Di tale evento si trova memoria in un documento depositato presso l'Archivio Segreto Vaticano (cartelle dell'Ufficio Informazioni Vaticano per i Prigionieri di Guerra). Sulla scheda di ricerca risulta come classe di nascita il 1915 con due punti di domanda (1915 ??) che stanno ad indicare che il testimone (tale Clorico Luigi, residente all'epoca - 1945 - in Corso Vittorio Emanuele, 84 Torino) probabilmente conosceva l'Angelini ma aveva dei dubbi sul preciso anno di nascita e sulla data esatta della sua morte. (nel documento viene riportata come data di morte il marzo 1945)
La scheda è tratta da una lettera del cappellano militare Policarpo Narciso Crosara, frate cappuccino, giunta da Mestre il 10 ottobre 1945, con allegati registri con i nomi di 266 militari deceduti in diverse località della Germania e zone occupate dal settembre 1943 al luglio 1945.

 

 

Foto  MW, giugno 2018

 

Grazie alla documentazione del Servizio Internazionale di Ricerche della Croce Rossa, al grandissimo e difficoltoso lavoro di esumazione e riconoscimento dei Caduti, da parte della Missione francese del Ministero degli Ex Combattenti e Vittime di Guerra, alla collaborazione di Uffici Civili e Religiosi locali, e alla cooperazione del governo federale tedesco, nella seconda metà degli anni ‘50, il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra del Ministero della Difesa, riuscì a rintracciare le spoglie dei nostri connazionali inumati in prima sepoltura in vari sepolcreti della Germania, facendole traslare nei cimiteri militari italiani d'onore di Amburgo, Berlino, Francoforte sul Meno e Monaco di Baviera.

 

 

Il riquadro 1 del Cimitero ove e' sepolto il nostro Marco (foto tratta da www.dimenticatidistato.com) 

    

In Austria le salme individuate furono sepolte nel Cimitero Militare Italiano di Mauthausen, mentre in Polonia i resti mortali degli italiani furono sepolti nel Cimitero Militare Italiano di Bielany, un sobborgo di Varsavia.

Tra i caduti rintracciati, risultò esserci anche Marco Angelini, le cui Spoglie vennero esumate e traslate nel Cimitero militare italiano d'onore di Amburgo (Hauptfriedhof Öjendorf), dove si trovano tuttora alla posizione tombale: riquadro 1 / fila W / tomba 18.  

Il presente aggiornamento e' stato realizzato, sulla base delle informazioni presenti nei propri archivi, da Roberto Zamboni, instancabile ricercatore delle memorie dei nostri Caduti, gestore del sito www.dimenticatidistato.com, che vi invitiamo a visitare. Grazie alla Sua rete di collaboratori ci ha fatto pervenire la foto della Tomba del nostro Marco.

 

 


 

 

 

 

 

 
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