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Operazioni Coloniali
I Quaderni di Ruscio - I Caduti di Ruscio nelle guerre coloniali e nella Grande Guerra
Scritto da Francesco e Stefano Peroni   

Il quadro internazionale che fece da sfondo all’impresa coloniale italiana si evidenziò alla conferenza di Berlino (1884-1885), nel cui ambito i paesi già titolari di colonie definirono le reciproche aree di influenza e stabilirono per il futuro alcuni criteri di concertazione. Pur assente dalla conferenza, l'Italia partecipò alla spartizione dell'Africa mossa da ragioni di prestigio, divenute più consistenti dopo che la Francia si era insediata in Tunisia (dichiarata protettorato francese nel 1881 in virtù del trattato del Bardo) ignorando analoghe ambizioni italiane. Nella scelta coloniale contarono anche ragioni di politica interna: l'ambizione di allineare l'Italia alle grandi potenze coloniali europee e l'esigenza di acquisire territori come possibili valvole di sfogo alla disoccupazione e all'emigrazione contadina.

Le mire espansionistiche del governo italiano si indirizzarono verso una zona dell'Africa orientale nella quale l'insediamento coloniale appariva più agevole, sia perché esploratori e missionari avevano, per così dire, aperto un varco in quella regione, sia perché la concorrenza degli altri paesi europei nella zona era meno agguerrita. Dopo avere acquistato dalla società di navigazione Rubattino nel giugno del 1882 la baia di Assab, sulla costa meridionale del Mar Rosso, nel febbraio del 1885 fu inviato un corpo di spedizione nel Mar Rosso, che prese possesso del porto di Massaua senza incontrare resistenza da parte delle truppe egiziane che lo controllavano nell'ambito della sovranità turco-egiziana.
Nei mesi successivi l'occupazione si estese alla zona costiera tra Massaua e Assab, con la conquista di Saati e con l'annessione di Massaua al Regno d'Italia, assicurando il controllo sulla vicina zona costiera, che avrebbe formato la futura colonia di Eritrea, stanziandosi poi in Somalia e ponendo le basi per la successiva avanzata in Abissinia (attualmente Etiopia).

Questa prima fase dell’espansione coloniale italiana fu però segnata dal grave episodio di Dogali, località nei pressi di Massaua dove il 26 gennaio 1887 una colonna di circa 500 soldati italiani, comandati dal colonnello Tommaso De Cristoforis, fu massacrata dalle truppe abissine del ras Alula, capo della regione dell'Hamasen.

Il maggiore Boretti, comandante del forte di Saati presidiato da due compagnie di fanteria, dalla I batteria d’artiglieria del 17° reggimento e da circa 300 bashi-bazouk (truppe indigene arruolate nell’esercito italiano), attaccato il 24 gennaio 1887 dagli abissini del Ras Alula, rendendosi conto di non poter resistere ad un lungo assedio, invia una staffetta al forte di Monkullo richiedendo rinforzi, viveri e munizioni.
Viene subito inviata una colonna di soccorso guidata dal Ten. Col. De Cristoforis, composta, oltre alle salmerie e ai carriaggi, da un drappello di circa 500 soldati di fanteria, con al seguito anche una sezione di artiglieria dotata di mitragliatrici a rotazione Gatling (1).

All’alba del 26, i bashi-bazouk aggregati alla colonna in marcia avvistano il nemico e hanno il primo contatto. Si tratta delle truppe del Ras Alula, una forza variabile dai 7.000 ai 10.000 uomini che, abbandonata l’idea di espugnare il forte di Saati, dopo i primi scontri con le avanguardie del De Cristoforis, sferrano un massiccio attacco contro il grosso della colonna.
La pista che conduce a Saati si snoda accanto ad alcune colline e su queste, nei pressi di Dogali, si attestano le truppe italiane, per contrastare le preponderanti forze nemiche.
Terminate in breve tempo le munizioni, gli italiani, arroccati in quadrato sulla collina, combattono valorosamente, accerchiati senza scampo dai galvanizzati guerrieri di Ras Alula. Ormai travolto dal nemico, De Cristoforis ordina agli ultimi soldati ancora in piedi il presentat-arm ai compagni caduti e, poco dopo, viene trafitto dalle lance abissine.

 

 Sacrario Militare di Dogali  

 

Solo nella tarda serata giungera’ una seconda colonna di soccorso, comandata dal Cap. Gennaro Antonio Tanturri, che potra’ raccogliere i pochi sopravvissuti e procedere al riconoscimento ed alla sepoltura dei Caduti.

Rimase  celebre la frase del Capitano Tanturri, riportata nel rapporto di quanto pote' constatare sul campo di battaglia: "i morti di Dogali erano cauti al loro posto come fossero allineati".

L'eccidio di Dogali innescò una violenta reazione in Italia, dove la politica coloniale del governo fu posta sotto accusa, così da costringere il presidente del Consiglio Agostino Depretis a dimettersi.
Ma il successivo governo di Francesco Crispi favorì un ulteriore impegno nella politica coloniale dell'Italia, grazie al sostegno di Austria e Germania espresso nell'ambito della Triplice Alleanza. Nel 1888 truppe italiane, al comando del generale Antonio Baldissera, avanzarono all'interno del paese occupando quasi tutta l'Eritrea, mentre missioni diplomatiche condotte presso l'imperatore etiope Menelik mirarono a estendere l'influenza italiana all'impero etiopico, secondo gli accordi del trattato di Uccialli (1889).
Nel 1890 fu stabilito l'ordinamento civile sui possedimenti italiani sul Mar Rosso, che vennero definiti con il nome di Eritrea e passarono sotto controllo diretto del governo italiano. L'Eritrea divenne base per il tentativo di conquistare l'Etiopia, che fu vanificato dalla sconfitta di Adua nel 1896. La colonia italiana dell'Eritrea, ampliata nel 1935 con una parte della regione del Tigrè, andò a formare l'Africa Orientale Italiana, che venne occupata dai britannici nel 1941, durante la seconda guerra mondiale.

A Piazza dei Cinquecento, nome a ricordo appunto dei Caduti a Dogali, a Roma nel 1889 fu eretto un monumento commemorativo, riutilizzando un antico obelisco egiziano di Ramsete II, nel cui basamento sono riportati i nomi dei soldati tra i quali si legge il nome del nostro compaesano Giuseppe De Angelis.

Il ten. col. Tommaso De Cristoforis fu insignito della Medaglia d'Oro al Valor Militare e tutti i Caduti della Medaglia d'Argento al Valor Militare.


Soldato Giuseppe De Angelis  -  M.A.V.M.

Il nostro compaesano Giuseppe De Angelis, nato a Monteleone da Domenico e Antonia Giovannetti il 19 marzo 1865. Statura 1,63, capelli “castagni” e lisci, colorito bruno e una cicatrice alla fronte, di professione pastore, fu arruolato, con il numero di matricola 2679, quale soldato di leva nella I° categoria il 27 agosto 1885 e venne inquadrato nel 20° reggimento fanteria.

Parti’ per l’Africa il 15 settembre 1886.

Cadde nella terribile battaglia di Dogali il 26 gennaio 1887.

1887_02_27 da illustrazione italiana

"I sopravvissuti presentano le armi ai Caduti" (da Illustrazione Italiana del 27/02/1997)

L’allora sindaco di Monteleone, Francesco Salamandra, trascrive nel Registro degli Atti di Morte (anno 1888, sez. C, n° 2) l’atto di morte inviato dalla Direzione del Gabinetto del Ministero della Guerra:

“L’anno 1887, il di’ 26 del mese di gennaio, nel combattimento di Dogali, mancava ai vivi alle ore [non specificato], in eta’ di anni 22 il sold. De Angelis Giuseppe, di religione cattolica, del [3° battaglione Africa] 20° Reggimento Fanteria, 2° Compagnia, figlio di Domenico e di Giovannetti Antonia, […] morto in seguito allo scontro con gli Abissini, sepolto a Dogali, come consta dalla testimonianza del Cappellano Don Nazzareno Cappucci e del Ten. Aiutante Maggiore del 3° battaglione Della Noce Sig. Giuseppe, recatisi nel sito per seppellire i Caduti nel predetto combattimento”


 

 Foglio matricolare del Caduto De Angelis (Arch. di Stato di Spoleto)

I familiari di Giuseppe conservano gelosamente la medaglia commemorativa concessa dal Distretto militare di SPoleto [vedi per maggiori dettagli aggiornamento del 03/02/2023, sottoriportato).

Il verso della medaglia riporta nella usuale prosa aulica:
“Agli eroi del distretto militare di Spoleto che sui tragici colli di Dogali fatta strage dei soverchianti Abissini, profusero la vita per l’onore dell’Italia, meravigliando la ferocia africana con la disciplinata virtu’ del valore latino ed emulando la gloria se non la fortuna degli antichissimi umbri che dall’alta Spoleto fugarono e ruppero le falangi d’Annibale”.

monumento dei 500

Il nome di De Angelis riportato sul Monumento ai Caduti a Dogali (Roma, Piazza dei Cinquecento)

A Ruscio. nel 1987 venne intitolata a Giuseppe De Angelis il tratto di strada che porta da Piazza Nazionale a Via della Miniera, verso la Fonte dell’Asola.

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NOTA GENEALOGICA

I genitori di Giuseppe avevano avuto, prima di lui, già Luigia (nata nel 1859 e poi sposatasi con un certo Pietro Armeni) e Giovanni (1863) soprannominato “Pecchio”. Da quest’ultimo, sposato con Maria Magrelli, è nato, tra gli altri, Isidoro (1892) da cui Marino, padre di Catia, Rita, Isidoro e Massimo. Il Soldato Giuseppe aveva altri quattro fratelli (tra cui due gemelli) probabilmente non sopravvissuti alla tenera età.
Domenico (a differenza dei suoi figli Luigia, Giovanni, Giuseppe, ed altri) non era di Ruscio ma vi si era stanziato provenendo da “Poggioprimocaso”, nella zona di Gavelli.

 


 

[aggiornamento del 18/09/2018]

Riportiamo le fotografie della Medaglia, conservata dalla famiglia De Angelis, e che ogni anno viene appuntata sulla Bandiera della Associaizione Combattenti e Reduci, in occasione dell'annuale cerimonia di Commemorazione dei Caduti di Tutte le Guerre.

 

 

recto (per gentile concessione della Famiglia De Angelis) 

 

 

verso (per gentile concessione della Famiglia De Angelis)  

     

[aggiornamento del 03/02/2023

Il 30 aprile del 1887, a Spoleto, Distretto Militare di appartenenza del nostro, furono tributati solenni onori ai Caduti di Dogali, come del resto venne fatto in tutto il Regno per la grande eco che aveva destato la sconfitta subita, in occasione della inaugurazione di una lapide a loro dedicata.

"Intervennero autorità civili e militari, i Sindaci dei Comuni del distretto di Spoleto, i deputati Fani , Arbib e Franceschini, non che Panucci Paris, ferito a Dogali, di Terni. V'erano le associazioni operaie e dei reduci, parlò il Sindaco Benedetti applauditissimo. Indi furono dispensate la medaglie commemorative alle famiglie e ai feriti di Dogali. La folla si sciolse al suono della Marcia Reale. La stampa era rappresentata" (nota dell'agenzia Stefani, citata sul sito www.umbriasud.com: https://umbriasud.com/2017/04/30/5005/)

 Lapide commemorativa di Spoleto. In basso a sinistra si intravede l'incisione del nome del Caduto DE ANGELIS GIUSEPPE / MONTELEONE DI SPOLETO (foto anno 2022 Federica Agabiti, rielaborazione grafica Valentina Marino)


La lapide è ancora affissa sulla ex sede del Distretto di Spoleto, già palazzo dei Gesuiti, di fronte alla Caserma Minervio.

Purtroppo, come si puo' constatare dalla recente fotografia qui pubblicata, ormai quasi del tutto illeggibile.


 

Dalla agenzia precedentemente citata, si puo' desumere il motivo per il quale, erroneamente, il nome del Caduto De Angelis, sulla lapide del Monumento ai Caduti di Ruscio sia affiancato dalla scritta "Med. d'oro", come del resto si legge anche sulla targa toponomastica posta ad indicare la via di Ruscio a lui intitolata.

La medaglia commemorativa, consegnata con tutti gli onori a Spoleto appena tre mesi dopo la disfatta, come si puo' osservare dalle immagini riportate, è di bronzo dorato. Per tale motivo, riteniamo che all'epoca i concittadini di Ruscio abbiano equivocato sulla onorificenza concessa al loro paesano, che, invece, come si evince dal decreto del 24 febbraio 1887, era stato insignito della ben piu' importante Medaglia d'Argento al Valor Militare.]

 

[aggiornamento del 12/05/2023

 

Articolo tratto da L'Unione Liberale del 12 e 13 marzo 1887, anno VIII num. 11 (Arch. Claudio Zaori)]


[aggiornamento 08/9/2023]

Di seguito riportiamo la descrizione degli antefatti della battaglia e dello svolgimento della stessa, tratti dalla Tesi di Dottorato di Ricerca dell Dr.ssa Camen Belmonte, citata ampiamente, da parte del Prof. Leandro Lucchetti, nel corso della Conferenza “Saati e Dogali”, tenutasi nella Sala del Museo Civico di Monteleone di Spoleto il 3 settembre 2023 dallo storico Mario Salvitti.

 

  

Riteniamo tale citazione molto interessante ai fini della comprensione del reale svolgimento dei fatti, poi, per motivazioni politiche, esposti alla pubblica opinione in maniera evidentemente distorta.

Respinto l’attacco a Saati, furono richiesti dei rinforzi mediante il telegrafo e così al tenente colonnello Tommaso De Cristoforis venne ordinato di partire con una colonna della fanteria italiana quella stessa notte e, una volta giunto sul posto, di valutare la situazione decidendo se fossero necessari altri rinforzi o se fosse il caso di rientrare al suo presidio. Il pericolo era stato evidentemente sottovalutato: si dava per scontata una ritirata immediata e definitiva di Ras Alula, o più probabilmente prevaleva la presunzione della superiorità dell’esercito italiano, per cui si era convinti che anche piccoli reparti, ben addestrati, potessero essere in grado di battere forze abissine di qualsiasi entità.

La colonna si mise in marcia solo alle 5,20 del 26 gennaio con cinquecentoquaranta soldati (alcuni dei quali appena giunti nella colonia), due vecchie mitragliatrici Gatling abbandonate a Massaua dagli egiziani e un’avanguardia di circa cinquanta basci-buzuk.

Dopo la sconfitta di Saati Alula non si era ritirato, ma, strategicamente, si era posizionato nel punto più adatto a sorprendere l’arrivo della colonna di soccorso. Era in possesso di informazioni dettagliate relative all’ora di partenza, agli effettivi e alle armi possedute, fornitegli dai molti abissini residenti a Massaua che nei giorni precedenti avevano improvvisamente abbandonato le proprie attività per combattere al fianco del ras. La diserzione durante la marcia di gran parte dei basci-buzuk avrebbe dovuto allarmare la colonna italiana e invece, secondo quanto riferito dal capitano Carlo Michelini, l’atmosfera in cui si marciava era piuttosto rilassata: «In noi non v’era alcuna preoccupazione, si chiacchierava allegramente […]» .

Poco dopo le 8,00 mentre la colonna attraversava la conca di Dogali e si trovava ad appena un’ora da Saati, in una regione di basse colline e forre gli esploratori segnalarono la presenza di forti concentramenti di armati abissini. L’esercito avversario era ancora distante, ma accorreva, secondo le prime stime, con circa diecimila guerrieri. Se in tali condizioni le strategie militari e il buonsenso avrebbero suggerito un ripiegamento, diversamente, il colonnello de Cristoforis, chiamati i capitani a rapporto, optò per una resistenza ad oltranza. Venne scelta come posizione di difesa un colle sulla destra della carovaniera, che si rivelò facilmente aggirabile ed esposto al tiro, quando le colline intorno ad esso vennero occupate dai soldati di ras Alula.

Il conte Augusto Salimbeni, prigioniero di ras Alula, era stato condotto sul luogo del combattimento e così descrisse la battaglia: «Di là potei scorgere come gli abissini, che arrivavano come formiche si disponessero a circuire la posizione degli italiani, ordinandosi a stormi su due ampi circoli presso a poco concentrici. Ho apprezzato che le forze abissine salissero alla cifra di 20 mila uomini» per la «maggior parte armate di lancia e scudo e di sciabole pesanti; i fucili sono in numero minore, ma rilevante […]. Mentre la colonna de Cristoforis sosteneva un fuoco violentissimo, gli abissini eseguivano il loro movimento di accerchiamento, mettendosi al coperto dietro alle pieghe del terreno […] per cui mi sembrava che il fuoco tenuto dai nostri, fatto a distanza rilevante e contro un bersaglio piccolissimo, non avesse quell’efficacia che si sarebbe voluta. Poco oltre il mezzogiorno gli uomini di ras Alula avevano compiuto un movimento girante […] Si dette il segnale dell’attacco; i tamburi e i tamburelli del ras non cessavano di battere, ed all’improvviso da ogni parte, come se sbucassero da terra, una tempesta di uomini si lanciò all’attacco, la cavalleria stessa abissina caricò sul fianco dell’altura e in pochi minuti tutto fu finito» .

Il fuoco inoltre ebbe breve durata poiché le due mitragliatrici egiziane si incepparono in breve tempo e i fucili Vetterly erano stati caricati con proiettili di cartucce a mitraglia da sentinella e perciò causavano solo lievi ferite7. Alle 8,30 fu inviata la prima staffetta a Monkullo per avvertire il comandante a Massaua dell’attacco abissino, ma il rinforzo inviato da Massaua giunse troppo tardi, quando gli italiani avevano ripiegato su un colle più alto che li costringeva ad ammassarsi pericolosamente e, completamente circondati dagli abissini e ormai privi di armi da fuoco, furono costretti ad affrontare il breve scontro finale corpo a corpo, con le baionette, i calci dei fucili, i sassi, fino a soccombere. Nella narrazione di Salimbeni è presente un particolare destinato a divenire una componente della leggenda di Dogali: «non si dette quartiere neppure ai feriti, che per ordine espresso di ras Alula vennero tutti trucidati e turpemente mutilati» .

Una descrizione ancor più dettagliata di tanta crudeltà viene riportata nel Rapporto ufficiale compilato in base alle testimoniante fornite dal Capitano Michelini, dal Tenente Comi, che era a capo del nucleo dell’estrema avanguardia, e dai feriti ricoverati a Massaua. «Verso le 11.30 circa si può ritenere abbia cessato completamente il combattimento. Incominciarono allora scene d’orrore e di efferata crudeltà; i poveri nostri caduti vengono spogliati, denudati, oltraggiati; con sassi, colpi di lancia, di sciabola e d’arma da fuoco sono colpiti quelli che ancor danno segni di vita, alcuni vengono evirati, altri abbruciati; finalmente dopo una ridda feroce sui corpi dei nostri gli Abissini si allontanano asportando armi, indumenti, quanto insomma possono rinvenire sul campo di battaglia. Quelli dei nostri che scamparono all’eccidio devono la loro salvezza all’essere stati creduti morti in seguito alle ferite riportate, od all’essersi finti tali» .

Il racconto è però smentito dall’evidenza degli eventi documentati da altre fonti e confermati nel passo successivo dello stesso Rapporto: circa novanta feriti, molti dei quali senza alcun aiuto, raggiunsero nei giorni successivi le linee italiane. Pertanto la causa di morte di tanti soldati italiani non fu la crudeltà degli abissini, ma l’incuria e l’incapacità italiana di coordinare efficacemente i soccorsi. Difatti la ricognizione sul campo di battaglia, comandata dal capitano Tanturri, fu affrettata e superficiale, poiché, terrorizzati da possibili ulteriori attacchi, i ricognitori raccolsero pochi feriti e, scoraggiati dell’imbrunire, rinunciarono a perlustrare l’altro versante della collina. I feriti meno gravi lasciati sul campo vennero risvegliati da un diluvio scatenatosi in quelle ore e quelli tra loro che protestarono accusando le alte cariche militari di essere stati spinti al massacro e poi abbandonati sul campo, vennero trattenuti a Massaua e inviati per ultimi a Roma .


Per ulteriore approfondimento e note bibliografiche rimandiamo a: Carmen Belmonte UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE CORSO DI DOTTORATO DI RICERCA IN STORIA DELL’ARTE XVII CICLO TESI DI DOTTORATO DI RICERCA ARTE E COLONIALISMO IN ITALIA TRA OTTO E NOVECENTO Dinamiche politiche e strategie visive nella prima guerra d’Africa ANNO ACCADEMICO 2016-2017.

https://air.uniud.it/retrieve/e27ce0c5-65b7-055e-e053-6605fe0a7873/10990_844_Belmonte_PhD.pdf

 


Caporale Rinaldo Peroni

Rinaldo Peroni nasce a Monteleone il 2 febbraio 1891 da Angelo e da Annunziata Orlandi.

Il nome di questo nostro compaesano compare nella lapide commemorativa del 1950, ma non in quella del 1919 e neppure in quella di Monteleone di Spoleto (eretta il 30 settembre 1923) che riporta i nomi di tutti i caduti della grande guerra.

Dal foglio matricolare, conservato presso la sezione degli Archivi di Stato di Spoleto, riscontriamo le seguenti notizie.

Di statura 1,59, capelli neri e lisci, occhi grigi, di professione “pizzicagnolo”, Rinaldo Peroni estrasse il numero 68 nella leva 1891.

Bisogna notare che la riforma Ricotti del 1871, che regolamentava la leva militare, aveva suddiviso il contingente di leva in tre categorie: alla terza erano assegnati quanti, soprattutto per particolari condizioni di famiglia, erano esonerati dal servizio militare in tempo di pace, mentre i restanti erano ripartiti tra la 1°, interessata ad una ferma di tre anni, scesi a due nel 1910, e la 2°, vincolata ad un periodo di addestramento di sei mesi, spesso non effettuato per mancanza di fondi. L’assegnazione all’una o all’altra di tali categorie era decisa per sorteggio.
In caso di guerra, i congedati di tutte le categorie erano richiamati in caso di mobilitazione generale per portare a livello la forza dei reparti dell’esercito permanente e per costituire unita’ di rincalzo, milizia mobile (inquadrata nelle brigate di fanteria numerate dalla 111° alla 162°), e di presidio, milizia territoriale, compito quest’ultimo a cui erano destinate la 3° categoria e le classi piu’ anziane.

Fu designato Soldato di leva di 1° categoria, e come tale venne chiamato alle armi il 20 ottobre 1911, per compiere il servizio di leva.
Il 4 novembre dello stesso anno fu inquadrato nel 6° reggimento fanteria, facente parte, insieme al 5°, della Brigata Aosta. La sede del 6° reggimento in periodo di pace era Palermo, mentre i suoi ranghi provenivano dai reclutamenti di vari distretti, tra cui Spoleto.
Il 10 ottobre 1912 guadagna il grado di caporale.

“Morto a Palermo”, in circostanze non specificate ulteriormente nel foglio matricolare il 15 novembre 1912. Non risulta, inoltre, trascritto l’atto di morte nei registri del Comune di Monteleone di Spoleto.

La brigata Aosta fu lungamente e duramente impiegata in Libia gia’ fin dal 1911, e, quindi, probabilmente Rinaldo prese parte a tale campagna militare e, tornato in Patria, mori’ a causa di ferite riportate in combattimento o di malattia contratta in Africa.

Rinaldo Peroni mori’ a 21 anni, indossando la divisa del Regio Esercito, tre anni prima l’inizio del primo conflitto mondiale, e i compaesani vollero comunque tributargli l’onore di iscrivere il suo nome tra quanti perirono servendo la Patria.

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NOTA GENEALOGICA

Rinaldo risulta battezzato il 2.2.1891. E’ figlio di Angelo fu Vincenzo e Annunziata fu Biagio Orlandi (sposi nel 1880). Fratelli di Rinaldo sono Antonio (nato nel 1882 e sposo nel 1920 di Mariagrazia Lotti -vedi nota genealogica di Pietro Lotti-) e Luigi entrambi emigrati in America (vedi il I° Quaderno di Ruscio “Un’altra Ruscio, un’altra Monteleone”). Inoltre Vittorio (nato nel 1901 e sposo nel 1924 di Filomena Vannozzi) padre del Vicepresidente Angelo, Antonia (che sposa Isidoro De Angelis – vedi nota genealogica del soldato Giuseppe De Angelis) e Maria (detta “lachilo’”).

 
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