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La Trebbiatura
I Quaderni di Ruscio - Il raccolto:la mietitura e la trebbiatura
Scritto da Isidoro Peroni   

Fino alla metà degli anni 60 a Ruscio ed in tutta la montagna si trebbiava meccanicamente a fermo sull’”ara”.

Ruscio: foto ricordo sull'ara

Ruscio: foto ricordo sull'ara

L’ara, lo dice il nome stesso, che in latino vuol dire anche altare, era un luogo quasi sacro, situato in un comodo piazzale vicino al casolare, spesso mattonato in cotto, lì, come abbiamo detto erano raccolte le spighe con i preziosi chicchi e la paglia riunite in gregne a formare le appie che contenevano quasi tutto il frutto di un anno di lavoro ed impresa.

Foto ricordo sull’ara (S.Lucia di Monteleone 1930-1940)

Foto ricordo sull’ara (S.Lucia di Monteleone 1930-1940)

Le appie venivano sorvegliate amorosamente dai contadini per evitare incendi e furti ed in caso di improvvisi temporali estivi, quando erano ancora incomplete, venivano ricoperte con teloni.

foto ricordo sull'ara

Foto ricordo sull’ara

Molto più anticamente, ma pochi lo ricordano direttamente, la separazione del chicco dalle spighe, per il pane, la pasta, i dolci, insomma per la farina di casa o per  le biade per gli animali domestici, si faceva mediante battitura. Il correggiato usato era una particolare frusta, fatta con due bastoni collegati mediante una striscia di cuoio, che battendo le spighe emetteva un sibilo simile al peto (da cui deriva il meno elegante nome!).

Battitura del grano (Castelluccio di Norcia 1950)

Battitura del grano (Castelluccio di Norcia 1950)

Un’altra antica maniera, detta la “trita”, per far separare la granella dalla pula o loppa o da noi “cama”, cioè il guscio fornito di resta pungente ed aderente al seme, consisteva nel farlo calpestare da giumente, cavalli, buoi ed uomini.

Trita coi cavalli (Castelluccio di Norcia 1950)

Trita coi cavalli (Castelluccio di Norcia 1950)

Le gregne erano poste  a cerchio sull’ara mattonata o selciata per essere calpestate dagli zoccoli degli animali. Questa ovviamente era una operazione lunghissima, e si  sfruttava anche l’azione del vento per liberare il grano dalla cama: per questo le antiche are erano poste in luoghi ventosi.

Ancora il citato Prontuario dell’agricoltore del 1936 riporta che trebbiando a piede di cavallo occorrono circa 130 ore di cavallo e 400 d’uomo per 100 ettolitri (cioè per circa 80 quintali di grano), mentre lo stesso quantitativo viene lavorato con trebbiatoio meccanico, in una giornata di lavoro da un macchinista, un fuochista, 2 imboccatori e 12 operai.

Queste tecniche primitive restarono a lungo, solo per uso familiare in qualche sperduto casolare dove la trebbiatrice meccanica non poteva arrivare, specie per il farro non ancora pronto, quando le trebbie erano già ripartite.

Una delle invenzioni dell’ingegno umano, fondamentale per uscire dalla sottonutrizione è la mitica trebbiatrice meccanica o più brevemente trebbia (che etimologicamente deriva dal latino tribulum trebbia, con la stessa radice di tribolazione: infatti la macchina tormenta le spighe battendole , soffiandole e setacciandole fino alla completa separazione del seme dalla paglia e dalla cama.

Trebbia azionata a vapore (Ruscio 1921)

Trebbia azionata a vapore (Ruscio 1921)

Da bambini la rossa e rumorosa trebbia ci affascinava e ci bastava un mattone forato a simularla con tanto di imboccatore superiore per le gregne ed uscita posteriore per la paglia.

Le prime trebbie erano azionate dalla  vaporiera: una caldaia, alimentata da legna, forniva il vapore ad un motore alternativo che metteva in rotazione una grossa puleggia che, con una lunga cinghia di cuoio, portava il moto alla trebbia  situata a debita distanza per separare il focolare dalle preziose appie. Le donne carreggiavano l’acqua con le conche e gli uomini i fasci di legname.

Sul  prezioso “Manualetto scientifico” del dottor  Carlo Anfosso,  per la sesta classe elementare maschile e femminile, con note di agraria secondo i programmi governativi del regio decreto 1905, edito da Paravia  nel lontano 1907, si legge quanto segue:
“Le trebbiatrici a vapore sono ormai accettate da tutti i coltivatori. I covoni passano fra una ruota munita di sporgenze e di denti che fa da 600 a 1200 giri al minuto, detta battitore, ed una superficie concava irta di punte tra i cui intervalli passano i denti del battitore, detto controbattitore. Alla macchina sono uniti apparecchi secondari come: 1° ventilatori per soffiare via la lolla; 2° vagli meccanici; 3° un montapaglia che solleva la paglia sul pagliaio. Le trebbiatrici a vapore costano assai e quindi vengono esercitate da speciali industriali o da cooperative.”

In seguito arrivarono i più semplici e meno pericolosi motori a combustione interna, a testa calda, a due tempi, alimentati ad olio pesante. Nel 1935 una trattrice di circa 40 HP (cavalli vapore), di produzione italiana costava di listino circa 30000 lire di allora, mentre per una trebbiatrice nazionale a paglia lunga con battitore da un metro , ci volevano altre 20000 lire.

La trebbia sull’ara (Monteleone e Ruscio 1930-40) 

La trebbia sull’ara (Monteleone e Ruscio 1930-40)

La trebbia sull’ara (Monteleone e Ruscio 1930-40)

La giornata di trebbiatura iniziava, una volta messe a punto le apparecchiature occorrenti, livellata la trebbia ed avviato non senza difficoltà il motore, con il sibilo della sirena azionata appoggiandola alla grossa puleggia motrice. Abbiamo visto, il giorno della prima festa della trebbiatura a Ruscio, anziani contadini commossi e con le lacrime agli occhi risentire quel suono caratteristico sperduto nella memoria. La sirena risuonava ancora più volte a scandire i ritmi e le soste del lavoro, coprendo il frastuono dei macchinari.

Scene di trebbiatura (Monteleone e Ruscio 1930-40)

Scene di trebbiatura (Monteleone e Ruscio 1930-40)

Scene di trebbiatura (Monteleone e Ruscio 1930-40)

Scene di trebbiatura (Monteleone e Ruscio 1930-40)

Tra i primi trattoristi  a Ruscio ad azionare le trebbie negli anni trenta è da citare il mitico Angelino Perleonardi detto “Capodiferro” aiutato dal giovane figlio Checchino.  Molti ricordano i macchinisti di Terni: i fratelli Checco, Peppe e Tarvino  Nannurelli che per tanti anni hanno servito  la nostra zona con i loro rumorosi trattori Landini e le trebbie a fermo ed infine con le mietitrebbie.

Altri elementi della scena della trebbiatura tradizionale erano il “pajaro” ed il “camaro”.

Il pajaro (Monteleone 1930-40)

Il pajaro (Monteleone 1930-40)

Il primo, di forma cilindro-conica con al centro un alto palo verticale per sostegno, raccoglieva la parte più pregiata degli steli dei cereali cioè la paglia: ottima per le lettiere degli animali domestici e, nei lunghi inverni, mescolata al fieno per formare la “mesticanza” , buon foraggio in mancanza di meglio!

Il camaro  di forma simile raccoglieva la cama, cioè la pula costituita dal rivestimento dei grani con la “rischia”, in italiano arista, estremità filiforme e pungente. La cama fuoriusciva da una apposita apertura, separata dalla paglia, dalla parte opposta del grano e, dato il suo scarso valore, veniva affidata ai meno abili ed ai più giovani che comunque trovavano molto divertente “scuzzurarsi” cioè rotolarsi nella cama polverosa!

La tecnica di costruzione dei pajari e camari era semplice: la paglia raccolta in grossi lenzuoli di panno veniva con disinvoltura portata sul capo da abili donzelle che così mostravano le loro doti, accanto alla stanga dove in alto era legato a bilancia un altro palo fissato con un particolare nodo assai sicuro detto “nodo d’aratro”, e con poco sforzo veniva sollevata sopra il pajaro.

La costruzione del pajaro (Ruscio 1932)

La costruzione del pajaro (Ruscio 1932)

Un abile contadino, battendo intorno, con una pertica, dava all’ammasso la sua forma caratteristica e simmetrica adatta a resistere alle intemperie. La costruzione, una volta ultimata, veniva coperta in cima con le “scopette” di ginestra poste a raggiera.

In seguito furono usate, per accelerare il lavoro, le “scale” o elevatori, cioè nastri con rastrelli che mossi  dalla trebbia portavano in alto la paglia uscente, facendola ricadere sopra il pagliaio in costruzione.

Il pagliaio restava, per tutto il lungo anno, come elemento caratteristico del paesaggio rurale e perciò si ritrova in molti dipinti di scene di campagna, perché la paglia veniva usata con parsimonia durante l’inverno, tagliandone con appositi coltellacci solo la fetta necessaria.

La scomparsa dei pagliai, lenta ma continua, fu dovuta alla diffusione dei pressaforaggi o “presse” meccaniche, dalle prime azionate a mano con stanghe a leva e sulle quali era possibile applicare le   ruote per gli spostamenti , che costavano poche centinaia di lire, fino a quelle con alimentazione automatica ed azionate dalla trebbia stessa tramite cinghie e pulegge, che costavano almeno lire diecimila (prezzi del 1935).

Pressaforaggi

Pressaforaggi

Queste semplici apparecchiature comprimevano la paglia riducendone il volume e producevano “balle”  parallelepipede legate del peso di poche decine di chili e quindi facilmente maneggiabili per rimetterle nel fienile o nella cascina o farne delle stipe simili alle appie ed infine per utilizzarle nell’inverno o venderle alle cartiere.  

Un'altra importante operazione legata alla trebbiatura era  la pesatura del grano, posto in sacchi di canapa o di iuta, appena uscito dalla bocca della trebbia, che era di competenza del fattore. Molti ricordano Paolo Salamandra , detto il Ministro, col cappello di feltro seduto sui sacchi ricolmi.

La bascula

La bascula

La bascula, opportunamente livellata e tarata con il marco o romano, troneggiava affianco ai sacchi ricolmi. Quando non c’era la bascula si usavano le misure di capacità, come la coppa (circa sessanta chili) e lo scorzo (circa quindici chili), sottomultipli del rubbio di circa duecentoquaranta chili, o più praticamente si usava un secchione tarato per mezzo quintale di grano.

Si procedeva alla divisione del raccolto tra proprietari del terreno e mezzadri e alla preparazione delle “risposte”, cioè degli affitti da pagare in natura, commensurati per antica tradizione al quantitativo di seme impiegato (per intenderci la risposta per un ettaro seminato a grano era di due quintali del grano raccolto).

La registrazione veniva fatta dal fattore, intaccando con il classico coltello a serramanico un bastoncino, con una intacca per ogni quintale, e creando così dei piccoli capolavori d’intarsio!

Tutti,  proprietari e contadini, attendevano con ansia e curiosità il risultato finale, cioè il quantitativo raccolto che rapportato a quello seminato dava il “punto” cioè i quintali raccolti per ogni quintale seminato. Il punto andava da poche unità per gli anni e i terreni peggiori fino a un “dieci” per le annate eccezionali, o perfino a un “quindici” vantato da qualche sbruffone!

Il grano raccolto in sacchi  veniva  portato in  magazzino dove era ammucchiato sfuso sul pavimento o riposto nei capaci arconi di legno.

In un momento più tranquillo, prima della semina successiva, si completava l’opera purificando il seme dalle impurità rimaste, in particolare dai neri semi di veccia allora molto diffusa, con le “conciarelle” cioè gli svecciatoi e decuscutatori, macchine costituite essenzialmente da cilindri metallici forati che messi in rotazione selezionavano i semi. Le conciarelle potevano essere azionate a mano con manovella o da opportuni motori anche elettrici.
“Capodiferro” ne possedeva parecchie e si recava nei vari magazzini a conciare il grano da seme e per la farina, prelevando per pagamento una piccola percentuale del prodotto.

Un abbondante  pranzo, di cui era involontaria protagonista la pecora, era servito sull’ara alla fine della giornata di trebbiatura. Ad esso partecipavano tutti quelli che avevano collaborato ai lavori più qualche ospite di riguardo, quale Don Sestilio. Attenzione particolare era riservata ai macchinisti. Si iniziava con una minestra di pasta all’uovo in brodo di carne di pecora, o pastasciutta col sugo di pecora, seguiva lo spezzatino di pecora in umido con le patate, verdure dell’orto, tutto annaffiato con vino di Polino o di Mucciafora e si concludeva con dolci, specie ciambelloni e biscotti caserecci. Il farro, ora in grande voga, era assente perché considerato un piatto povero e quindi non adatto ad una festa!

Alla fine del pranzo serale l’organetto rallegrava i commensali stanchi della lunga giornata e gli stornelli a dispetto si incrociavano maliziosamente tra i cantautori ed i poeti a braccio locali.

 
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