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La Mietitura
I Quaderni di Ruscio - Il raccolto:la mietitura e la trebbiatura
Scritto da Isidoro Peroni   

La più antica maniera di raccogliere il grano e gli altri cereali come l’orzo e il farro, consiste in due fasi separate: il taglio o mietitura e la battitura o trebbiatura  per separare la granella dalla paglia.

Il taglio avveniva quando il seme era prossimo alla completa maturazione, ma ancora un po’ fresco, nelle nostre montagne e vallate nella prima metà di luglio, e questo per evitare nella prudenza contadina lo spreco dovuto alla caduta nel terreno di parte del seme e nel timore di possibili grandinate che sulle spighe secche e parzialmente aperte avrebbero recato danni gravissimi.

Falciatrice 

Ricordiamo che fino a qualche tempo fa non c’era l’economia globale che comunque rifornisce i supermercati, ma allora un mancato raccolto portava la fame nelle famiglie ed uno scarso raccolto costringeva al dilemma tra avere un poco più di pane, sacrificando il grano destinato alla prossima semina o tirare la cinta e seminare, sperando nella raccolta seguente. Nei tempi antichi, in ogni centro agricolo, come anche a Monteleone, vi era il Monte Frumentario, dove si poteva avere il seme a credito.

Le spighe venivano tagliate con una falcetta a mezzaluna detta “serrecchia”. In altre regioni più fertili, per accelerare il lavoro, si usava la falce da fieno che una legge del periodo fascista addirittura vietò, perché comportava una diminuzione di impiego di manodopera. Per evitare il taglio accidentale delle dita, si usavano dei copri dita fatti con pezzi di canna .

La serrecchia doveva essere ben affilata: vi si procedeva frequentemente con la battitura mediante un apposito martelletto ed una piccola incudine infissa nel terreno e poi si completava l’affilatura con la cote, listello di  pietra nera e dura che si teneva a portata di mano, appesa alla cintura in un corno di vacca che faceva da custodia.

Le spighe tagliate erano raccolte in fasci o “gregne” legati con sagaci movimenti mediante alcune spighe stesse e la lunghezza della paglia condizionava la quantità raccolta in ogni fascio.

Le gregne si ammucchiavano in quantità  di tredici o diciassette sovrapposte a formare le ”cavallette”. Queste venivano lasciate sul campo a completare, senza rischi di grandinate, la maturazione e l’essiccamento.

Compagnia che raccoglie le gregne (Agro Romano 1950)

Compagnia che raccoglie le gregne (Agro Romano 1950)

Infine venivano trasportate o carreggiate con bestie da soma o con carri e barrozze sull’ara, a costruire  mucchi più grandi, qui detti “appie” (in italiano arcaico “barconi”o “biche”), in cui si raccoglievano, distinti per specie (grano, orzo, farro…) e per proprietario.

Carico delle gregne (Agro Pontino 1930)

Carico delle gregne (Agro Pontino 1930)

La forma dell’appia per il grano era quella caratteristica di una casetta rettangolare con  la copertura a tetto spiovente fatto con le stesse gregne o per quelle più piccole per le biade a forma di capanna  conica, del tipo in uso a Leonessa, dove era  chiamata “mucchia”. Lì restavano in attesa del giorno destinato alla trebbiatura. 

Le appie (Ruscio 1930-1940) 

Le appie (Ruscio 1930-1940)

I  mietitori erano in parte i contadini locali che si scambiavano le “opere”, ma spesso per quantitativi più grandi erano vere e proprie squadre di marchigiani o di “pojani” di Poggio Bustone o di spoletini, che in giugno e luglio procedevano dalle zone più calde e precoci di pianura fino alle nostre di montagna, ultime ad essere pronte.

Piacevole ed atteso era l’arrivo delle donne con la canestra sul capo ripiena di generi alimentari e di conforto,  primo fra tutto un fiasco di vino fresco e poi pane, formaggio, salumi e ciambellone.

Il pranzo sull’ara ( Ruscio 1935)

Il pranzo sull’ara (Ruscio 1935)

I pasti si consumavano sul campo, apparecchiando sulle grandi tovaglie a quadri. Era naturalmente anche una occasione per qualche approccio amoroso in vista di future nozze.

Ma in seguito il lavoro manuale si limitava alla preparazione delle strade, per non calpestare le spighe col trattore nel primo passaggio. Il lavoro veniva completato dalle ingegnose macchine chiamate mietilega fra cui la progenitrice MacCormick e delle ottime macchine italiane come la Laverda.

Tali macchine, negli anni cinquanta, avevano sostituto gran parte  del  faticoso lavoro e della manodopera sempre più scarsa e costosa. Con esse bastava un meccanico sul trattore ed un altro abile operaio metà meccanico e metà contadino sulla macchina trascinata a controllare il taglio e la legatura con lo spago.

Le prime mietilega erano addirittura trainate da animali domestici, vacche o cavalli ed il movimento trasferito dalle ruote al naspo e al legatore.

Il Nuovissimo Melzi, edizione del 1950, riporta alla voce mietitura meccanica il seguente confronto: “mentre un uomo miete al massimo 0,02 ettari  (cioè 200 metri quadri)  all’ora, una mietitrice legatrice tratta da quattro bovi lavora mezzo  ettaro (cioè 5000 metri quadri), due mietitrici legatrici affidate a un trattore ¾ di ettaro (cioè 7500 metri quadri )“.

Stessi confronti possono essere tratti dal Prontuario dell’Agricoltore, edizione Hoepli del 1936 in cui si riporta che per mietere  a mano (cioè falciare e legare ) un ettaro occorrono circa 10 giornate di 10 ore lavorative, mentre una mietilega Mac-Cormick tirata da 2 buoi con cambio falcia e lega la stessa estensione in 0,3  giornate : quindi la macchina supera l’uomo per più di trenta volte, mentre per ammucchiare i covoni (cioè fare le cavallette) il tempo resta lo stesso.

Trattore Massey- Harris (Monteleone e Ruscio 1930-40)

Trattore Massey- Harris (Monteleone e Ruscio 1930-40)

Una figura caratteristico del tempo del raccolto era la spigolatrice. Subito dopo che un campo era stato mietuto, si vedevano anziane e giovani donne delle famiglie più povere del paese raccogliere attentamente tutte le spighe rimaste abbandonate. Questo era un diritto per consuetudine a loro riservato ed era un indice del rispetto e del valore attribuito al frumento ma anche della diffusa povertà.

 
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